Mancano i leader o le condizioni che li producono

scritto da Mario Rodriguezmercoledì 16 maggio 2007

in Politica interna

Daniele Capezzone
Ascoltando la rassegna stampa di Radio Radicale domenica mattina ho sentito Capezzone ripetere due o tre volte che c’è una bella differenza tra la destra italiana e quella degli altri paesi occidentali e che, ovviamente, c’è una bella differenza tra la sinistra italiana e quella degli altri paesi. Sarkozy non è Berlusconi e Prodi non è Blair!
È una constatazione oggettiva.
Ma non mi convince questa lamentatio sulla debolezza della leadership politica italiana. Perché ciò accade? Davvero è tutta colpa di leadership deboli, cioè si tratta di limiti personali e molto contingenti? Ma come si formano le leadership? Cosa è successo nel nostro meccanismo di produzione delle leadership politiche? Non sarebbe più giusto interrogarsi sui meccanismi e le condizioni che producono leadership?
Ragionando sulla decadenza italiana, quella vera, quella che segue la grande stagione dell’egemonia culturale del Rinascimento, ho sempre trovato difficoltà a spiegare come città come Firenze, Genova o Venezia abbiano potuto in poche decine di anni smettere di produrre quanto avevano prodotto per un paio di secoli e che è riconosciuto (non solo da noi stessi con l’illusione provinciale si esserne gli eredi) ma dagli altri un punto di riferimento obbligato per tutta la cultura occidentale. Non parlo solo di arti figurative o di architettura, ma di ingegneria, di tecniche di produzione dell’acciaio o di costruzione delle navi, di cartografia o di finanza.

La mia riflessione si orienta ad attribuire grande importanza al contesto, all’ambiente, alle condizioni che permettono la fioritura dei talenti.
Allora ci si deve occupare di quelle condizioni. Oggi non produciamo leadership politiche all’altezza dei nostri problemi perché il contesto, l’humus, nel quale queste si formano non presenta le condizioni.
Dico la società e non la politica perché questa galleggia nella società che è in una fase di decadenza, ne approfitta e come ogni struttura burocratica tende all’auto conservazione.

Come spezzare il circuito vizioso?

Il problema allora è lavorare alla creazione delle condizioni, non fermarsi alla lamentazione dell’assenza adagiandosi nell’attesa. Il primo passo è convergere sull’analisi della realtà, sulla definizione dei problemi da affrontare.
Di solito nella storia passata sono stati necessari traumi e società giovani. Ma come augurarsi nel mondo delle interdipendenze e da “anziani” democratici, contrari alla violenza e amanti della pace, un trauma che possa creare forti discontinuità ambientali?

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{ 8 commenti }

Sergio Vazzoler maggio 17, 2007 alle 09:51

Seguendo questo ragionamento, pongo soltanto una domanda a Rodriguez: veramente la decadenza della società è soltanto una condizione italiana? La Spagna riesce a “produrre” Zapatero e Aznar, la Francia Sarkozy e Madame Royal, I’Inghilterra Tony Blair e David Cameron e così via, perchè lì la società è meno decadente? E, allora, a cosa è dovuta la decadenza bianco-rosso-verde? Quali i motivi di una tipicità tutta italiana?
Saluti.

Fabio Bistoncini maggio 17, 2007 alle 13:46

Bel dilemma…
Provo a dire la mia focalizzandomi sugli aspetti relativi alla classe politica non volendomi addentrare su tematiche che sono assolutamente al di fuori delle mie competenze.
Viviamo una “crisi” o decadenza delle nostre leadership, in tutti i partiti.
Tranne rare eccezioni i leader attuali sono gli stessi del 1994/1996.
In oltre dieci anni dunque è cambiato poco o nulla.
A mio avviso uno degli aspetti del problema risiede nella crisi dei partiti dopo il terremoto di tangentopoli e la nascita, conseguente, di nuovi soggetti nell’arena politica.
Scomparsi i vecchi partiti di massa, con le loro sovrastrutture ma anche con i metodi si selezione della classe dirigenti, con scuole di formazione alla politica, lo spazio è stato sostituito da soggetti “ibridi”: alcuni partiti del tutto nuovi, in cui uno decide per tutti (non solo Forza Italia, ma anche la Lega) ed altri, in cui retaggi del passato si univano a tentativi di individuare nuove strade. Un risultato deludente in entrambi i casi.
Occorre, al contrario, individuare nuove modalità di selezione per permettere l’emersione di nuove competenze e, con il tempo, di nuovi “leader”.
Le primarie possono rappresentare un modello, a patto che si applichi integralmente e non quando fa comodo a chi detiene il potere di convocazione.
Ma non penso che un problema così complesso possa esaurirsi con le primarie.
Un “metodo aperto” in uno “spazio asfittico” non risolve, anzi.
Saluti

matteo ferraris maggio 17, 2007 alle 16:34

MR fa un bel lancio.
Il sistema politico deve cambiare e deve evolvere la società. In senso meno anti-politico (e so già da me che non è un concetto da blog!). Il cambiamento non deve, però, essere una questione di leadership.
I sistemi esteri, quelli dei grandi leader, si sviluppano in costituzioni di stampo presidenzialista (in cui vale “leader di partito = capo di governo”).
Alcuni nel PD vorrebbero replicare l’equazione senza paagre il dazio della riforma costituzionale, oggi impossibile.
Ecco allora la way out referendaria che semplifica (fornisce la soluzione – il premio di maggioranza – a costituzione invariata) senza fare i conti con il passato: i sistemi politici si adattano alle leggi elettorali ma non si fondano sulle leggi elettorali.
I 10 e più anni che abbiamo dietro le spalle chiariscono che il problema è diverso e più diffuso.
Il nostro sistema politico è frazionato perchè è frazionata la società italiana. Tanti leaderini litigiosi creano un clima complessivo di sfiducia. La competizione uti singuli produce tifosi replicanti.
In questo schema non cerchiamo un leader: cambiamo schema.

Punto1) Il sistema deve imporre l’autorevolezza dei cosiddetti “corpi intermedi” (seconda espressione no-blog: sono a richio di espulsione).
Punto 2) Il refreshing dei corpi intermedi deve produrre un analogo aggiornamento della “classe dirigente diffusa”.
Punto 3) la “classe dirigente diffusa” è il contesto in cui scegliere il leader di governo. E senza che questi possa essere in competizione con il leader di partito.

Conosco l’obiezione: chi dovrebbe fare ciò? Gli stessi che hanno prodotto la condizione che dovrebbero riformare?

La disarticolazione del vecchio sistema è già in atto. Lo scorgete nei movimenti di Follini, nei contenuti di Casini, nella reazione all’imposizione della Brambilla come leader, nella messa in mora del cav. da parte di Fini. E in forma più strutturata nel PD e nel suo percorso di apertura e di affermazione di una responsabilità diffusa.

Auspicando che oltre alla società politica, la società intera si rimetta in moto e torni a slogan tiepidi di non contrapposizione tipo “I care”. Vi fa venire in mente qualcuno?

Filippo De Caterina maggio 21, 2007 alle 16:59

L’Italia è uno strano paese. Sembra, infatti stravagante che a periodi alterni a stracciarsi le vesti per la mancanza di “ricambio” (generazionale o ideale, visto che ideologico è diventata una parolaccia) siano gli stessi che si impegnano in modo diuturno per impedirlo, il ricambio. Si pensi al fenomeno dei movimenti, interno alla sinistra. Sembra che da quella esperienza non sia venuto fuori alcunchè. Di più: la nomenklatura ha cercato di trovare argomenti stimabili per dimostrare in maniera inoppugnabile come i suddetti movimenti, ed il loro corollario associativo, fossero fenomeno trascurabile, idealmente eversivo, fuorviante. Anzi, si sono affrettati a spiegare che anche il successo delle varie primarie non costituiva, come qualcuno avrebbe potuto inopinatamente arguire, una volontà “popolare” di riappropriazione degli strumenti politici in una visione quasi capitiniana – ricordate la Omnicrazia?- bensì un sincero appoggio della politica dei molti leader di una sinistra che tutti sapevano essere frammentata e litigiosa. Nè a destra le cose sembrano procedere meglio. Fu lo stesso Berlusconi a rendere pubblici gli sconfortanti risultati di un suo privatissimo test. Molti giovani di ottime speranze da lui preselezionati come eccellenti promesse della politica furono inviati presso le sedi locali del suo partito per proporsi come volontari con potenziale. Risultato: a nessuno di quelli fu offerto alcunchè. Non una poltrona e neanche uno strapuntino con vista sul futuro.

matteo ferraris maggio 22, 2007 alle 15:14

Ciao Filippo e ben trovato.
Ho deciso che al prossimo giro non voterò nessuno che abbia più di 50 anni. Non so se sia un’espressione del mio radicalismo o una difesa della “corporazione” (per Vazz che ha affrontato il tema in altro post: il blocco generazionale può evolvere in corporazione?) a cui apparterrò.
Stranisce l’immobilismo gerontocratico di questo paese che pretende di innovare prepetuando la stessa immagine di sè stesso.
Il discrimine generazionale non è prerequisito di buone qualità. Questo lo so da me.
Però può essere un auspicio: che il tempo che in altri Paesi è l’età della pensione qui possa consentire la sfida della modernità. Parlando un linguaggio (più) comprensibile.
Qui nell’italietta che spande generosa cocenti e continue disillusioni sembra che i linguaggi siano quelli di Babele.
Oggi Tabacci lancia la riforma costituzionale; ieri Casini voleva sciogliere il Senato; l’altroieri Mr.B. attaccava gli alleati (Udc e Lega) con cui conduce le campagne amministrative e a cui propone la fondazione del PUL (partito uninco delle libertà). Sull’”altra” sponda basta aprire i giornali di ieri-oggi e domani. E la babele appare evidente.

E fuori dal palazzo?
I quarantenni si attrezzano: Enrico Letta con (A.M. Artoni) promuove veDrò (www.vedro.it), sotto la guida di Nens (guardate il messaggio ai giovani di Bersani http://www.cominciamodacapo.it/bersani.htm) i giovani di cominciamodacapo si ritrovano in una summer school collinare (e sulle mie colline! http://www.collinediwine.blog.tiscali.it), intorno al PUL c’è un ciclone rosso in pista con la sigla MVB …

C’è una generazione che pulsa
Lavora in giro per il mondo e pensa troppo poco alla risposta nelle istituzioni da cui è allontanata.
I cantieri del PD (e del PUL) devono trovare uno spazio anche per queste energie.

Il tempo che fu ci ha proposto lo strumento dei centri studi, dei pensatoi. Questi ci sono.
Devono, però, evolvere: non solo incubatori ma protagonisti del cambiamento.

Urge insomma inventarsi un’altra forma di precariato. Quella delle idee. Chiare, forti e giovani.

Fabio Bistoncini maggio 22, 2007 alle 17:38

Hai ragione, Matteo (con l’occasione saluto Filippo, neo arrivo nel nostro piccolo blog): i “pensatoi” non mancano, a destra come a sinistra.
Le idee circolano anche, c’è un certo fermento ma……
Mancano le proposte e soprattutto mancano delle regole nuove che possano “scardinare” gli organigrammi predefiniti.
Le primarie servono certo, ma non sono (e non devono essere) l’unico strumento possibile. Sono sempre stato contrario alle “quote” (rosa, azzurre o altro). Ma forse è il momento di pensare.
Un gruppo di 40enni ha fatto una proposta interessante in vista dei congressi DS e Margherita: fissare una quota del 10% delle cariche del futuro partito democratico agli ultra 60enni (www.blogperlamargherita.com/?p=794).
Se venisse accettata la proposta e se fosse quindi resa percorribile avremmo una novità “esplosiva” all’interno del panorama politico italiano. E forse, anche la la coalizione di centro destra dovrebbe individuare modalità analoghe per “svecchiare” i propri organigrammi.
Non mi sembra un cattivo punto di partenza, o sbaglio?

Filippo De Caterina maggio 23, 2007 alle 13:09

Ciao a voi,
e grazie per il benvenuto nel blog. Avete ragione: “pensatoi” e think tank non mancano certo. Se andiamo poi a vedere quanti di questi pensatoi non siano collegati a movimenti politici strutturati o non siano la privatissima corrente di qualche affermatissimo leader (o di qualcuno che si propone come leader), le cose cambiano alquanto. Ma tant’è. Anche i giovani che aderiscono a questi pensatoi hanno spesso l’aplomb del politico navigato ed il conformismo della consolidata nomenklatura. Perchè la questione è anche generazionale, come dimostrano le citatissime Spagna di Zapatero ed Inghiterra di Blair, pensionato cinquantenne. Ma è soprattutto di cultura politica. La destra repubblicana USA, perdente negli anni settanta, ha investito moltissimo sulla costituzione, non di estemporanee associazioni, ma di interi dipartimenti di scienze politiche che hanno dato moltissimo alla critica sociale neocom e teocom degli ultimi decenni. La stessa esperienza Blairiana sarebbe inconcepibile senza un intero think tank autorevole: la London School of Economics. Questa esigenza nel nostro paese era ricoperta dalle scuole di partito. Ora c’è il vuoto. Ma da noi gli intellettuali sono strani figuri, infidi. Almeno Mario Rodriguez avrà notato la mancanza dalla lista dei 45 costituenti del partito democratico di quel Michele Salvati che in tempi non sospetti tale partito aveva teorizzato come esigenza imprescindibile?

matteo ferraris maggio 24, 2007 alle 13:02

FB mi convince. L’impostazione aperturista è forse l’(unica) occasione per innovare con qualche novità l’asfittico quadro di sistema, badando a respingere il “nuovismo di maniera”.

Qualcosa del genere sta nascendo a Bologna, complice Filippo Andreatta, con il varo di UliBo, contesto in cui il Thimk tank non si muove nel collateralismo fine a sè stesso ma impone l’intellettuale quale attore-militante-iscritto nel soggetto politico.

Il PD (unico neonato; suggerirei lo stesso schema sull’altro versante) deve essere “il” luogo in cui i portatori di idee abbiano diritto di cittadinanza al pari degli altri portatori (di voti, di “acqua”, di soldi, di cultura dell’organizzazione e di braccia).

Filippo, in questo senso non mi preoccupa l’assenza di Salvati: si può essere parte anche senza essere testa. Ovviamente la preoccupazione scema se in luogo di una gestione corale su cui ho più volte postato, si dovesse affermare lo schema capo-capo: capo del partito, capo del governo.

Siamo una democrazia fragile, abbacinata dai colori del mediterrano. Il nostro animo levantino ci rende naturalmente più inclini ai vezzi tipici del caldo sud che alle rigide regole del mondo sassone.

Forse è anche questa la ragione della nostra crisi: è difficile, se non impossibile, andare contro natura….

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