Su Europa, sabato 19 maggio, la riflessione avviata sul nostro blog è diventata un articolo un po’ più organico.
C’è una differenza forte tra arrivisti e quelli che arrivano davvero. Se un ciclista si limita a marcare il favorito difficilmente vince, ci vuole anche un po’ di coraggio, tentare l’imprevedibile. Ma ci vuole soprattutto la grande capacità di lavorare per creare le condizioni necessarie per la vittoria. Così aspiranti leader tutti tesi a marcare i favoriti, anzi a prevenire i favoriti che la spettacolarizzazione mediatica ripropone di settimana in settimana, difficilmente ce la faranno ad affermarsi leader.
Il problema di trovare leader adatti al momento non sta nello sgomitare affannoso ma nella creazione del contesto. Delle condizioni che permettono l’emersione di nuovi leader. C’è bisogno oggi, a sinistra come a destra, di capire la differenza tra l’ambizione (necessaria, sana e legittima) di diventare leader e la capacità di formare dei leader.
Il modo migliore di pensare alla affermazione di sé come leader è non essere ossessionato dalla smania di esserlo. Abbiamo bisogno di gruppo di politici affermati che, abbastanza domati e appagati dalla vita, mettano al centro del loro impegno l’obiettivo di lavorare per creare le condizioni per la formazione di nuovi leader all’altezza dei compiti.
Ripetere che c’è una bella differenza tra la destra italiana e quella degli altri paesi occidentali e che, ovviamente, c’è una bella differenza tra la sinistra italiana e quella degli altri paesi. Che Sarkozy non è Berlusconi e Prodi non è Blair è una constatazione oggettiva ma del tutto sterile.
Questa lamentatio sulla debolezza della leadership politica italiana non porta da nessuna parte. Bisogna invece porsi il problema di intervenire e per poter cambiare le cose bisogna capirle, definirle. Perché ciò accade? Davvero è tutta colpa di leadership deboli, cioè si tratta di limiti personali e molto contingenti? Cosa è successo nel nostro meccanismo di produzione delle leadership politiche? Non sarebbe più giusto interrogarsi e lavorare sui meccanismi e le condizioni che producono leadership piuttosto che arrovellarsi sul toto candidato?
Ragionando sulla decadenza italiana, quella vera, quella che segue la grande stagione del Rinascimento, è sempre difficile spiegare come Firenze, Genova o Venezia abbiano potuto, in poche decine di anni, smettere di produrre quanto per un paio di secoli è riconosciuto (non solo da noi stessi con l’illusione provinciale si esserne gli eredi ma dagli altri) un punto di riferimento obbligato per tutta la cultura occidentale. Non parlo solo di arti figurative o di architettura, ma di ingegneria navale, di tecniche di produzione dell’acciaio o di costruzione, di cartografia, di finanza. Di leadership.
Nessuna spiegazione regge se non si attribuisce grande importanza al contesto, all’ambiente, alle condizioni che permettono la fioritura dei talenti.
Allora ci si deve occupare di creare le condizioni ambientali. Oggi non produciamo leadership politiche all’altezza dei nostri problemi perché il contesto sociale, l’humus, nel quale queste si formano non presenta le condizioni giuste. La società e non la politica perché questa galleggia nella società, anzi si adagia nella decadenza, ne approfitta perchè come ogni struttura burocratica tende all’auto conservazione.
Come spezzare il circuito vizioso?
Il problema è lavorare con pazienza alla creazione delle condizioni, non fermarsi alla lamentazione dell’assenza adagiandosi nell’attesa. Il primo passo è convergere sull’analisi della realtà, sulla definizione dei problemi da affrontare.
Di solito nella storia passata sono stati necessari traumi e società giovani. Ma come augurarsi nel mondo delle interdipendenze e da “anziani” democratici, contrari alla violenza e amanti della pace, un trauma che possa creare forti discontinuità ambientali? Il primo passo può essere quello di aggredire con durezza il nodo del finanziamento, restringere i canali di alimentazione (soprattutto indiretta) perché avvenga un processo di selezione “naturale”. Ragioniamo sulle conseguenze sul terreno della rappresentanza democratica ma se non ci fossero contro indicazioni rilevanti procediamo con coraggio. Il tempo per correggersi non mancherà di certo.
Tag: leadership, politica




{ 1 commento }
Caro MR,
quale utile trauma è possibile nel 2007?
Leggo nella società la prevalenza del disincanto, del materiale sull’ideale.
In tali condizioni non c’è leadership individuale che possa reggere il confronto-scontro delle trite argomentazioni dell’una o dell’altra parte.
Nella campagna elettorale delle amministrative mi ha colpito il “linguaggio” stereotipato di Berlusconi: scarse citazioni del candidato che (in teoria) sosteneva; prese di distanza da Udc e Lega; riproposizione dei risultati dei suoi Governi; solite ridondanti argomentazioni.
La sensazione che ne ho ricavato è di un paese in cui due metà si negano reciprocamente la verità sostenuta dall’altro. Reiterando la negazione anche quando i tempi del confronto sono superati dagli eventi.
Emerge una distinzone fondata sulla persona più che sulla proposta.
Appare, dunque, fisiologico che lo scontro avvenga più nell’ambito della categoria “infamia” che nella categoria “proposte”.
E se la percezione dell’azione di Governo viene letta come accanimento nei confronti di una categoria economica, la frittata è fatta: il risultato è la predita vertiginosa di credibilità.
E allora si urli “macchine: indietro tutta” e, in questa fase di ripensamento delle architetture che reggono il sistema politico, si faccia un patto collettivo tra grandi e piccoli dirigenti e si dichiari l’avversione alla leadership populista. Che il PD e il preannunciato Partito delle Libertà (SB, Alessandria, 17.5.2007) abbiano guide corali e si concentrino sui grandi temi (e relative scelte) che consentono di progettare il futuro.
Un esempio?
Dalle mie parti si è cominciato a superare l’orizzonte burocratico di una regione e si parla di fusione tra Piemonte e Liguria. Con un coro di consensi da Confindustriali, fondazioni e classe politica.
E’ questo un utile trauma?
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