Corporazioni e rappresentanza

scritto da Sergio Vazzolerlunedì 21 maggio 2007

in Politica interna

parlamentoBuona settimana a tutti.
Oggi alla rassegna stampa di Radio3, Stefano Folli, commentando i nuovi allarmi lanciati da D’Alema e altri sulla preoccupante ondata di delegittimazione della politica, sosteneva che questo accade proprio a causa della debolezza della politica, ormai ostaggio di lobby e corporazioni.
Qualche giorno fa, in un lungo editoriale, il Prof. Rodotà analizzava le contraddizioni del sistema politico-elettorale e giungeva a tratteggiare un “neomedievalismo istituzionale” che fa emergere la realtà di grandi coalizioni d’interessi, soprattutto economici, che s’impadroniscono del reale potere di governo, utilizzando potentemente anche le nuove tecnologie e dove la capacità rappresentativa abbandona i parlamenti per incarnarsi nelle più diverse corporazioni.
Temi, quelli rilanciati da Folli e Rodotà, che sono ampiamente trattati anche nella pubblicazione “10 parole per 10 anni“.
Sarebbe interessante riprenderli e riaprire una discussione, dal punto di vista di chi, come FB, opera nel campo delle relazioni istituzionali e della rappresentanza degli interessi: come sta cambiando il rapporto con il decisore pubblico? La funzione del parlamento si sta veramente svuotando? E se è così, quali sono le minacce e le opportunità di questa tendenza per il professionista di relazioni istituzionali e lobbying?

La discussione è aperta…

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{ 2 commenti }

Vince maggio 21, 2007 alle 13:03

Per cominciare, proporrei come antipasto, il tema già in parte oggetto di scontro tra i contraenti del (vecchio oramai) patto ribbentrop/molotov “P-B”, e ripreso quest’oggi anche dal Vice Ministro Visco: gli interna corporis del Parlamento. I bistrattatissimi regolamenti parlamentari.

Cercheremo di porre un quesito e abbozzare una prima risposta.

E’ veramente colpa delle procedure se il Parlamento non riesce ad essere produttivo e a fornire performance decisionali efficienti ed efficaci? E’ il processo ad essere malato e obsoleto, a bloccare il cambiamento e a rendere le istituzioni decisionali preda delle “corporazioni”?

Ebbene dopo Maastricht, la riforma del titolo V della Costituzione, una prima riforma elettorale in senso maggioritario, la revisione dei regolamenti parlamentari, la fine della decretazione d’urgenza imposta dalla Corte Costituzionale…ebbene dopo tutte le profonde trasformazione che il nostro Paese aveva subito e in parte prodotto, non pochi credevano che le “new policies” avrebbero comportato “new politics”. E in una sorta di ciclo virtuoso queste si sarebbero autoalimentate vicendevolmente.

Adesso, direi che c’è da essere meno convinti di quella massima.

Elementi di continuità e di rottura nel processo di formazione delle regole pubbliche procedono di pari passo in questi ultimi anni. Uomini e Politiche non sembrano essere cambiate radicalmente. Questo primo anno di legislatura aggiunge soltanto una scarsità di provvedimenti non urgenti adottati dal Parlamento. Però, oggi come ieri, si accusano, in primis, i regolamenti di essere i correi del male della politica. In quanto esprimono “una visione ottocentesca del Parlamento”.

A me pare che riporre ogni speranza in soluzioni di ingegneria legislativa, (così come nei monosillabi referendari, nelle clausole di sbarramento ecc.) rischia di essere un esercizio puramente scolastico, e sterile nei fatti.

Il problema della transizione nel nostro Paese è sì un problema di risorse istituzionali. Ma di quelle che abbiamo e non di quelle che potremmo importare in futuro. E’ necessario un cambiamento radicale per ripensare e ricostruire i tessuti connettivi tra realtà sociali e istituzioni. E per tale ricostruzione, non basta l’efficientismo delle procedure.

E adesso passiamo al primo…

matteo ferraris maggio 21, 2007 alle 17:28

Dato che altro post è svanito nel nulla, dispenso un altro poco di logorrea, secondo stile anti-blog per irritare ancora il mio maestro.

Istituzioni e corporazioni: la lezione è ancora attuale ed è quella di alcuni maestri (buoni, anzi buonissimi) del passato che discettavano del “distinti e distanti”.
In tempi di inciuci dichiarati o temuti, quella è regola aurea che, rende l’istituzione dialogante e mai prona.
Le pressioni sono legittime se esercitate in forme, tempi e contesti corretti.
L’indipendenza deve essere un dovere per chi incarna la rappresentaza del popolo italiano, europeo…
Il “debolismo” contemporaneo non è caratteristica delle istituzioni ma di chi le incarna.
E qui ritorniamo a concetti a me cari e già trattati in altro post sulla crisi della classe dirigente quale crisi di sistema e riflesso della società italiana.
Come uscirne?
No, la domanda è sbagliata. Prima bisogna chiedersi e chiedere agli italiani se si voglia spezzare quel circolo vizioso che autoalimenta il sistema (favore-consenso; voto-favore scambiato) e che sosddisfa solo le richieste congiunturali.
Ad esempio bruciando un tesoretto in spesa corrente.

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