La nuova era Sarkò

scritto da Fabio Bistoncinimartedì 22 maggio 2007

in Politica estera

Fillon e Sarkozy
Come promesso volevo condividere con voi alcune “impressioni” dalla lettura dei giornali della scorsa settimana relativi al passaggio di consegne tra Chirac e Sarkozy nonchè del varo del primo governo dopo le elezioni presidenziali.
Nelle tante chiacchierate con Mario Rodriguez uno dei punti che ci hanno sempre trovato concordi è che la comunicazione passa anche attraverso i comportamenti che devono essere ovviamente coerenti con le affermazioni che si propongono al proprio elettorato.
Sarkozy aveva promesso un nuovo modo di governare, più giovane, più dinamico, una nuova Francia, insomma.
Aveva detto che avrebbe superato le eterne divisioni tra destra e sinistra, si è rivolto anche a quella parte dei francesi che non lo avrebbero votato.
Lo aveva ripetuto anche durante il suo discorso da vincitore, ad urne appena chiuse.
Tutte parole, le solite che ripetono molti politici in occasione di elezioni importanti.
Gli atti politici e le “immagini” che abbiamo potuto vedere nei giorni successivi sono stati conseguenti.
Ne cito alcuni in ordine sparso.
Il giorno di insediamento all’Eliseo, si presenta con tutta la famiglia che definire una tribù è un eufemismo. Lo stretto cerimoniale viene “adattato” ai nuovi protagonisti, più giovani e meno ingessati.
Tutta fuffa, qualcuno dirà.
Peccato che subito dopo, quale primo atto politico, il neo Presidente (di destra, ricordiamolo) si reca al Bois del Boulogne a rendere omaggio alla stele che ricorda un gruppo di partigiani uccisi dai nazisti commuovendosi alla lettura di una lettera di uno di questi, di fede comunista.
Le consultazioni con il primo ministro designato vengono fatte al ritmo di jogging; il nuovo governo è “aperto” alle competenze.
Pochi Ministri (15), parità di sesso (7 donnne), personalità scelte al di fuori degli schieramenti.
Tante novità che hanno determinato un effetto dirompente all’interno del mondo politico francese.
Alcuni esempi: il Ministro degli Esteri è Bernard Kouchne, fondatore di “Medici senza Frontiere”, socialista da sempre; una donna magistrato, di orgine marocchine e algerine, Rachida Dati, è Ministro della Giustizia.
L’ex capo di gabinetto dell’ex premier socialista Lionel Jospin, Jean-Pierre Juillet, è sotto-segretario agli Affari europei.
Tanti cambiamenti dunque.
Solo il tempo dirà se la promessa Sarkozy sarà effettivamente mantenuta.
Ma i primi atti compiuti sono nella giusta direzione.

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{ 5 commenti }

Sergio Vazzoler maggio 23, 2007 alle 11:10

Qualcuno, con la puzza sotto il naso, potrà pensare che sia “tutta fuffa” ma nei bar, in metrò, come nelle piazze elettroniche, le scelte di Sarkò hanno fatto breccia…se ne parla con ammirazione e punte di entusiasmo…e, ovviamente, aggiungendo il disincanto o, il più delle volte, il disprezzo per il confronto con i “nostri”….e qui ritorniamo alla panna che monta il sentimento di antipolitica….e chi guarda più a sinistra che a destra, non può che rimanere legato alla speranza (fino ad oggi mortificata) di un segnale forte, anzi fortissimo da parte del comitato promotore del PD…come ha scritto molte volte in questo ultimo anno Rodriguez, o si fa un partito nuovo…o sarà l’ennesimo, inutile nuovo partito….l’ordine dei termini, di ora in ora, diventa drammaticamente decisivo…Staremo aspettando Sarkò o Godot?

matteo ferraris maggio 24, 2007 alle 13:21

Vero, Sergio, se ne parla.
Ma non sarà solo la moda alimentata dal nostro (strano) mondo dei media molto orientato allla visione da “buco nella serratura”?

Osservo Sarkò da molto tempo e non l’avrei votato solo se Bayrou avesse passato il primo turno.

Ha stoffa, conosce profondamente la Francia ed è riuscito a togliersi di dosso l’eco della “racaille” (operazione non riuscita a Scajola, ricordate?).
La sua rincorsa è partita da lontano e da azioni anomale di Governo, partendo dalla periferia. Azione singolare in un Paese che ha accentrato nella capitale il 20% della popolazione.
Ha sottilmente sfidato Chirac prendendosi prima il partito e poi l’eliseo.
Controllando discretamente l’informazione ma anche l’economia (il fratello è un big della Confindustria francese).

Il percorso, anche di profonda modernizzazione della proposta, è coerente e strutturato. Al punto da superare la peggiore iattura per un soggetto sovraesposto mediaticamente: il crack nel privé, la fuga adulterina del coniuge ribelle.

Lui è un fuoriclasse ma il sistema lo ha sorretto.
Il sistema è profondamente fondato sulla pubblica amministrazione, la cui autorevolezza, il cui rispetto alimenta un’istituzione che con orgoglio i candidati chiamano con roboante accento(!) sulla consonante: la RRRRépublique. La Francia è grande perchè ha l’Ena, ha la cultura dell’eccellenza dello Stato.

Il contesto è molto diverso da noi dove tutto sembra simile alla condizione in cui versa il PS francese: refrattario all’innovazione (in particolare quella di Ségo), plurale ma
diviso.

Non credo serva Godot all’Italia. Partiamo da un lavoro serio di recupero della consapevolezza e di educazione alla complessità.
E proviamo a suggerire un serio percorso in cui riconosciamo i nostri (prima di ricordare quelli degli altri) errori.

Cinzia Roella maggio 24, 2007 alle 18:12

Mi piace – e condivido – quando scrivi: “la comunicazione passa anche attraverso i comportamenti che devono essere ovviamente coerenti con le affermazioni che si propongono al proprio elettorato”.

Lascia l’amaro in bocca osservare come in Italia si continuino a perdere occasioni importanti per realizzare questo concetto…(ogni riferimento ad arbusti, fiori e piante è voluto).

Forse ha proprio ragione Gramellini quando scrive “Rassegniamoci: l’Italia non sarà mai il Paese veloce e tosto dei Sarkò, ma sempre quello morbido, avvolgente e sostanzialmente immobile dei Veltrò”. (sig!)

Filippo De Caterina maggio 28, 2007 alle 10:37

Ho l’impressione che la realtà stia superando di gran lunga la nostra capacità di rappresentarla. Noi parliamo di forza della comunicazione, di certezza dei messaggi, di Sarkozy, di una società in cui i concetti di destra e sinistra si evolvono su ideali di sviluppo comune (leggi Giddens e Bobbio)… Tutto giusto. Resta il fatto che l’ombra del partito di centro, terzo polo ma de facto DC del terzo millennio, si allunga. E’ partito Montezemolo, con una proposta da novella tecnocrazia centrista. Lo insegue Pezzotta, sulla incapacità degli schieramenti attuali di raccogliere il consenso del mondo cattolico. Monti aleggia con le sue note idee sul partito di centro. Da più parti si soffia sul fuoco della crisi della politica, che esiste ma sembra ora utilizzata come un “worm” del sistema. Pansa si “chiama” fuori dalla logica bipolare. Senza dietrologie: che esista un filo rosso tra tutti questi accadimenti? E se non esiste, quanto tempo occorrerà prima che qualcuno occupi questo spazio politico? Di per sé non sarebbe un male per il paese, se non rappresentasse la morte dell’idea di una struttura bipolare in cui molti di noi avevano creduto. E poi, con la nostra capacità levantina di incasinare tutto con leggi elettorali al ribasso, non sarebbe la strada per tornare ad un proporzionale spinto (o a qualcosa di simile) per consentire alleanze politiche di breve, a scapito della governabilità? Come vedete oggi ho solo domande. Ma è a questo che servono i blog. A condividere i dubbi.

matteo ferraris maggio 28, 2007 alle 15:41

Filippo: io, invece, ho qualche certezza in più sull’impossibilità del terzo polo.
Non c’è nei fatti e non ci sarà nella società. E soprattutto non sarà calato dall’alto.
Ero giovane quando mi hanno insegnato la regola del “distinti e distanti”. I portatori di interessi diffusi (coporazioni e movimenti) sono tanto più autorevoli quanto meno promiscuati con il soggetto su cui esercitano pressione.

LCDM non era tra noi, compagnucci della parrocchietta con al posto dei piercing un tatuaggio scudocrociato, ad ascoltare la lezione; ma la conosce bene.

La potenza del messaggio confindustriale (ripeto: del sistema e non del suo presidente) sta nello scambio che è una scommessa: riprendetevi gli aiuti e riduciamo le imposte sulle imprese.

Sarà una deformazione da fiscalista ma la più efficace battuta di LCDM è stata quella del “paradosso Irap”. Le regioni con la sanità in dissesto finanziario “devono” applicare una percentiuale aggiuntiva (+25%!) all’imposta dovuta.
L’Irap è pagata dalle imprese = (uguale) le imprese pagano più tasse a una regione che male amministra. Assurdo!
Agli albori di un (altro) patto costituzionale fatto a tavola tra Bossi e Prodi che preannuncia il federalismo fiscale (che – sono disposto a pagare una cena a tutti i lettori del blog se mi sbaglio – aggiungerà casino al casino) in cambio di una legge elttorale, era il minimo che il sistema delle imprese potesse segnalare alle istituzioni e all’opinione pubblica.

LCDM non scenderà in campo, Monti darà il suo contributo importante anche senza partito. I poli si disarticoleranno e si riavvicineranno e queste grandi figure riusciranno a trovare conferma della propria autorevolezza attraverso la presa carismatica e non mediata sull’opinione pubblica. Le lezioni di Ciampi, TPS e Draghi insegnano.

La soluzione tecnica?
E’ già in pista. In referendum che nessuno vuole assegna il premio al maggior partito. Questo spaventa molti ma consente due soluzioni istituzionali:
1) passa il referendum e dopo il PD nasce il PUL (per l’acronimo vedi altro post). Nel PD riacquista peso Mussi.
2) non passa il referendum perchè prima cambia la legge elettorale. Con impostazione bipartisan. E, speriamo, sacrificio dei cespugli.
Auspico un modello anglosassone e antidemcratico: quello in cui con il 30 per cento dei consensi si governa.
Senza curarsi troppo delle molte piazze d’Italia. Che nella mia visione sono sempre più ricche di bar.
A proposito: a che ora è l’after hour?

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