Alitalia – Il ritiro di Air One sembra un film già scritto

scritto da Redazionemercoledì 18 luglio 2007

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Il governo ha un’occasione di fare una scelta coraggiosa per il Paese.

Si è appresa nella serata di ieri la notizia del ritiro di Air One dall’asta per Alitalia. Di fatto, questo ennesimo ritiro porta al fallimento della procedura di vendita della nostra compagnia di bandiera. Il titolo crolla in Borsa; ed i nostri eroici Ministri, ormai tutti convinti fautori delle logiche di mercato – se per convinzione o per comodo non lo si saprà mai fino in fondo – si dicono sorpresi dell’esito della procedura.

Non mi pronuncio sulle modalità in cui le comunicazioni relative alla vicenda sia stata gestita da parte del Governo nel corso di questi mesi, né su come siano state gestite le aspettative dei piccoli azionisti che pure a parole si volevano tutelare con fermezza; né mi pronuncerò sulla volatilità e le speculazioni sul titolo che si sono verificate negli ultimi mesi alla diffusione della minima notizia relativa all’andamento dell’asta.

Su questi temi credo che i fatti parlino da soli e che non occorra affondare ulteriormente il coltello nella piaga.

Mi concentrerò quindi su due temi di sostanza, e cioè quale sia l’evoluzione più verosimile della vicenda nelle prossime settimane e quale dovrebbe essere l’atteggiamento del Governo italiano.

Sul primo tema, partirei dalla considerazione che l’esito della procedura era di fatto scontato già dal suo principio (e molti operatori lo avevano detto già a quel tempo), guardando semplicemente ai criteri che erano stati fissati ed ai partecipanti che erano stati ammessi. Il bando – infarcito di grandi proclamazioni di principio, in parte anche conflittuali fra loro (tutela del lavoro, tutela dell’interesse nazionale, logiche di mercato e via dicendo) – era tale da scoraggiare ogni acquirente industriale “serio” e da attirare player orientati a logiche speculative (tipo Private Equity) o alla “mossa della vita” (vedi Air One). Le settimane che hanno seguito alla pubblicazione del bando hanno confermato questa constatazione; ne siano esempio il balletto dei francesi e le richieste sempre più stringenti del governo ai potenziali acquirenti. A questo, come da copione, facevano da sfondo scioperi generali più o meno selvaggi (un altro oggi). Il titolo oscillava pericolosamente in borsa, con outlook tendenzialmente negativo. Così, nel corso delle settimane, si sono ritirati tutti in ordine sparso, fino ad Air One ieri pomeriggio.

Cosa succederà adesso? Non è difficile prevedere un ritorno di fiamma di Air France, timido in principio e poi via via crescente nel tempo, presentato mediaticamente come “salvataggio della patria”. La compagnia di bandiera francese potrebbe riuscire così ad impossessarsi di una quota di controllo di Alitalia (o della totalità del capitale, cosa più prevedibile in quanto faciliterebbe le successive operazioni di ristrutturazione) ad un prezzo significativamente più basso e soprattutto a fronte di richieste molto meno importanti da parte dei diversi stakeholders della compagnia: Governo e sindacati soprattutto, ma anche comunità finanziaria, azionisti, opinione pubblica.

Air France sarebbe quasi accolta in trionfo a fronte dello spettro del fallimento della procedura, e quindi potenzialmente della compagnia, da parte di tutti questi soggetti per ragioni diverse.

Dal Governo perché questa soluzione salverebbe la reputazione dei ministri coinvolti e costituirebbe una soluzione “europeista” (in un momento in cui il peso francese in Europa è peraltro visibilmente crescente).

Dai sindacati perché se confrontata con l’acquisizione da parte di un concorrente frontale (Air One) o di private equity con logica improntata allo “spezzatino” o comunque alla massima “spremitura” si tratta di un’ipotesi che preserva maggiormente l’occupazione.

Da tutti gli altri perché rispetto ad un fallimento della compagnia o al mantenimento dello status quo costituirebbe un’ipotesi migliorativa, quantomeno finanziariamente e “mediaticamente”.

Si tratta senza dubbio non dell’unico scenario possibile, ma quantomeno di uno dei più verosimili. Ed alcuni banchieri d’oltralpe sono già al lavoro.

Perchè però questa soluzione non dovrebbe essere ottimale, se piace così tanto a tutti? E qui mi ricollego al mio secondo proposito, quello di cercare di suggerire quale potrebbe essere l’atteggiamento del Governo. Occorre però prima delineare brevemente il contesto di riferimento economico e politico relativo a tale tema.

L’Italia è oggi un Paese che non può difendere – in un contesto competitivo sempre più globale – le sue posizioni e le sue rendite sui settori per così dire “tradizionali” dell’economia in cui il valore aggiunto di competenze e professionalità è tutto sommato limitato e domina il fattore prezzo-costo. Il Paese dovrebbe entrare oggi in una fase di grandi – e di fatto improcastinabili – scelte di politica economica: scelte mirate, concentrandosi su settori selezionati a maggior valore aggiunto (servizi, tecnologia); scelte coraggiose, di “riconversione” (fa paura il termine ma non dovrebbe) verso aree selettive di competitività.

Occorrerà opportunamente diluire tali scelte nel tempo – e soprattutto gestirne con attenzione le ricadute sul tessuto sociale – ma sembra una strada ineluttabile e soprattutto da intraprendere al più presto, visto che non siamo i soli a doverla affrontare (ed altri paesi sono già decisamente in vantaggio rispetto a noi).

È la strada che ci chiede di fatto l’evoluzione dell’economia internazionale e della tanto discussa globalizzazione; è una strada che si può percorrere con successo (si veda l’esempio del Regno Unito che si è saputo trasformare da leader europeo dell’industria pesante ad uno dei principali centri finanziari internazionali) e che richiede il massimo allineamento fra perseguimento di logiche di mercato e tutela degli equilibri sociali, con un forte intervento dello Stato per gestire gli effetti di tali scelte. È l’ennesimo esempio di come Stato e mercato non debbano essere visti in chiave antagonistica ma piuttosto di binomio sinergico alla ricerca della condizione di equilibrio ottimale economico e sociale.

In questa logica, il turismo è certamente uno dei settori su cui puntare nel futuro ed il vettore nazionale non può non rivestire un ruolo strategico. Alitalia in mano ai francesi – nostro concorrente diretto sul turismo in città, al mare e in montagna – potrebbe costituire quantomeno un grande punto interrogativo nella costruzione della politica turistica nazionale dei prossimi anni.

In questa logica, a mio avviso, il Governo ha tre possibilità in questo momento:

i) “riprivatizzare” Alitalia e riposizionarla come compagnia di bandiera nazionale, effettuando gli investimenti necessari (e sono tanti) e accettando anche di dover temporaneamente sopportare le perdite legate all’operatività (non rinunciando però ovviamente agli interventi necessari di recupero di efficienza). Si tratta forse dell’opzione più semplice e lineare nella logica descritta ma certamente difficilmente perseguibile in ottica europea ed europeista.

ii) negoziare con Air France (ed il Governo francese che ne è il principale azionista) su base paritetica in modo che la nuova compagnia pan-europea (che di fatto sarebbe la fusione di Air France, KLM ed Alitalia) abbia una struttura azionaria in cui i due governi abbiano la stessa quota del capitale. Occorrerrebbe un significativo investimento da parte del governo (anche se probabimente non molto superiore rispetto al caso precedente) ma si otterrebbe l’effetto di avere una soluzione che piacerebbe moltissimo ai mercati ed all’Europa limitando i rischi per l’economia nazionale, anzi valorizzandola potenzialmente in un’ottica pan-europea (rispetto ad Asia ed Americhe).

iii) far fallire la compagnia, perseguendo una pura logica di mercato a questo punto, separare la bad company dalla good company e costruire una New Alitalia con un nuovo management ed una nuova dotazione di capitale. La soluzione appare chiaramente sub-ottimale rispetto alla prima sotto tutti i profili sostanziali anche se formalmente proteggerebbe il Governo italiano da una possibile mossa di interventismo nell’economia da parte di Bruxelles e degli altri global.

La seconda opzione appare dunque decisamente preferibile ma, per muoversi in tal senso, il nostro governo dovrà dimostrare – già dai prossimi giorni nella gestione del fallimento della procedura di vendita – una capacità progettuale economica e sociale (nei confronti dei sindacati) ed una credibilità politica in ottica europea che finora gli sono state sconosciute.

Antonio Capaldo

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