Obama & la lobby: un rapporto difficile

scritto da Fabio Bistoncinilunedì 30 luglio 2007

in Approfondimenti

Barack Obama

Barack Obama è ormai, secondo tutti i principali commentatori politici di Washington, l’astro nascente della politica americana.

Lo è diventato nella Convention democratica del 2004 (quella che candidò Kerry a sfidare Bush nella corsa alla Presidenza degli Stati Uniti) pronunciando un appassionato intervento che scatenò una vera e propria standing ovation tra i delegati.

Da allora analisti politici e l’intero apparato mediatico hanno seguito passo passo, con un interesse crescente, tutte le iniziative del giovane Senatore dell’Illinois fino allo scorso febbraio, quando Obama ha annunciato la sua candidatura a Presidente, avviando così una lunga campagna elettorale che lo vede contrapposto ad un altro “colosso” del partito democratico, la Senatrice Hillary Rodham Clinton.

Tra le tante idee tematizzate da Obama in questi primi mesi di competizione vi è quello di modificare alcune regole non scritte ma ormai consolidate della politica, a partire da quelle inerenti alla raccolta fondi.

Per non farsi influenzare dai potenti gruppi di interesse ha annunciato (in una e-mail ai suoi sostenitori ai primi di marzo) che non avrebbe accettato contribuzioni elettorali da singoli lobbisti o dai famosi PAC, i Political Action Committess (gruppi di interesse coalizzati per finanziare singoli candidati o partiti politici).

Una scelta sicuramente innovativa, sotto certi aspetti coraggiosa, dal momento che circoscrive, e di molto, l’ambito dei possibili finanziatori.

Ma, proprio per il suo grande valore comunicativo, è stata subito sottoposta ad un’attenta verifica dal sistema mediatico americano, sempre sollecito a verificare la coerenza tra le dichiarazioni di principio e i comportamenti “reali”.

E allora si è scoperto che:

  • tre di alcuni dei più importanti finanziatori della campagna elettorale (con versamenti superiori ai 50.000 dollari) lo scorso erano registrati come lobbisti;
  • altri i finanziatori lo erano stati in passato (fino a 4 anni fa).

Le polemiche sono scoppiate immediatamente.

Non solo per i casi eclatanti sopra delineati ma anche sulla stessa decisione di Obama che a molti appare una semplice trovata propagandistica.

Se infatti è già difficile definire un data precisa a partire dalla quale un potenziale finanziatore abbia cessato o meno di svolgere la propria attività lobbistica, i distinguo sono assai più difficili quando le donazioni provengono da illustri esponenti della business community che, se pur non registrati come lobbisti, sono a capo di imprese che ogni anno investono quantità di denaro per svolgere direttamente, o attraverso consulenti, attività di sensibilizzazione e pressione nei confronti del processo decisionale.

Di fronte al montare delle critiche, lo staff raccolto attorno ad Obama è stato costretto ad ammettere che la scelta proposta sicuramente non è la migliore possibile ma che comunque rappresenta lo spirito con cui il senatore intende cambiare il modo di fare politica.

Una difesa “deboluccia”, come hanno sostenuto molti che, si interrogano, su come e con quali mezzi verranno raccolti i 300 / 500 milioni di dollari necessari a competere per le elezioni presidenziali.

Il rischio dunque, per Obama, è che, quando il gioco si farà veramente duro (cosa che accade ogni volta che la campagna elettorale entra nella sua fase conclusiva) queste discrasie tra quanto sostenuto e quanto invece si ricava dalla lettura dei suoi finanziamenti possa apparire come un atteggiamento ipocrita degno del peggior politico “old style”.

E proprio per fronteggiare questa “defaillance”, come riporta il Washington Post dello scorso 23 giugno, Obama è ritornato ad affrontare alla sua maniera uno degli argomenti “caldi” del rapporto tra le lobby e il sistema istituzionale americano, questa volta non con un riferimento al finanziamento della politica ma alle c.d. “sliding doors“: quel continuo passaggio tra incarichi istituzionali e privati che ha tanto caratterizzato l’amministrazione Bush.

Le intenzioni del candidato sono molto chiare: prevedere un embargo di due anni tra incarichi privati e pubblici, in entrambi i “sensi di marcia”; perché, come lo stesso Obama ha dichiarato con la solita enfasi oratoria deve essere chiaro che coloro che lavoreranno nella sua amministrazione non lo faranno “per il precedente o per il futuro datore di lavoro o per il proprio conto in banca ma per il proprio Paese, che viene prima di tutto”.

Il tentativo dunque di Obama, anche in questo caso, è di rendere più specifico il suo programma riformista toccando una serie di temi che, come sottolineano alcuni commentatori politici, sono certamente sottostimati a Washington ma che al contrario possono essere certamente apprezzati nel resto del Paese.

Anche in America dunque dilaga una certa “stanchezza” nei confronti di alcuni riti e alcuni prassi della vita politica.

Nei prossimi mesi vedremo se, le issue tematizzate da Obama, saranno quelle giuste, “sentite” e apprezzate dagli elettori oppure se scivoleranno nei posti bassi della classifica dell’agenda politica ed elettorale.

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