E’ accaduto di frequente, soprattutto in questi ultimi anni, che ogni qualvolta nell’agenda politica venisse affrontato il tema della riforma della giustizia, ci sentissimo spiazzati di fronte alle reazioni delle forze politiche.
Lo stesso senso di inadeguatezza che ci pervade in questi giorni.
Mi spiego meglio.
Che dal 1992 ad oggi vi siano stati numerosi dei momenti in cui la magistratura abbia travalicato i limiti fissati dal nostro dettato costituzionale mi sembra che sia un dato di fatto incontrovertibile.
Per molti anni e in molte occasioni l’agenda politica è stata dettata dalle indagini (o peggio dalle rivelazioni pubblicate sui giornali di notizie relative alle indagini) nei confronti di questo e quel partito o di questo o quel leader di partito.
Senza contare i due anni di “tangentopoli”, almeno due governi (il primo Berlusconi nel 1994) e l’ultimo Prodi (quest’anno) sono caduti per le “spallate” derivanti da indagini giudiziarie.
In mezzo a questi due eventi un conflitto mai risolto tra poteri dello Stato condotto senza esclusioni di colpe: da clamorose rivelazioni poi sfociate in un nulla giudiziario o penalmente rilevante, a leggi “ad personam” varate con l’unico obiettivo di “spuntare” le armi delle procure passando per provvedimenti come l’indulto che hanno generato sconcerto e sfiducia nelle istituzioni.
Arriviamo ai giorni nostri… quando viene inserito dal Governo Berlusconi, una norma, in un decreto legge, che prevedeva la sospensione automatica di alcuni processi (quelli con pene inferiori ai quattro anni) per accelerare la trattazione di altri che, secondo il Governo, destavano maggiore allarme sociale.
Scoppia il finimondo perché… tra i tanti casi la norma andava a sospendere uno degli ultimi provvedimenti giudiziari in cui è coinvolto il Presidente del Consiglio Berlusconi.
Il contenuto della norma, di per sé, non sarebbe poi neanche tanto male: si tratterebbe infatti del primo tentativo, dopo anni, di dare delle priorità di azione alla magistratura.
I problemi invece sono altri: ad esempio che sia inserita in un decreto legge, che la sospensione dei processi sia immediatamente esecutiva, che si applichi a vantaggio di Berlusconi, ecc. ecc.
Passano i giorni, interviene il CSM, Il Presidente della Repubblica interviene per evitare ulteriori conflitti istituzionali, il dialogo tra maggioranza ed opposizione si trasforma in un duello furibondo.
Ed ecco che il Ministro di Grazia e Giustizia, Alfano, presenta in Consiglio dei Ministri il c.d “Lodo”, un disegno di legge che prevede la sospensione, per tutta la durata della carica dei processi penali nei confronti del presidente della Repubblica, del presidente del Consiglio e dei presidenti di Camera e Senato.
Nel giro di 48 ore il Disegno di Legge viene presentato alla Camera ed approvato.
Un record di velocità.
Anche in questo caso il contenuto della norma non è di per sè tale da destare scandalo: legislazioni simili se ne ritrovano anche in altri ordinamenti giuridici e sono condivise sia dalla maggioranza che dall’opposizione.
Ma non possiamo non notare che la modalità con cui si è arrivati a varare una norma così importante non può non destare perplessità.
L’altro giorno una parte dell’opposizione si è riunita a Piazza Navona.
Obiettivo della manifestazione era contestare politicamente l’operato del Governo.
Il risultato è stato invece quello di criticare l’altra parte dell’opposizione assente dalla manifestazione, lasciando spazio a sedicenti comici che hanno insultato tutto e tutti.
Al Bagaglino avrebbero allestito uno spettacolo più decente.
Per questi motivi chi, come noi, auspica un ritorno alla normalità che consiste semplicemente in un forte scontro politico sui contenuti, sugli obiettivi, sulle visioni, sui valori e una minimo di comune denominatore sulle “regole del gioco”… vive questi giorni a disagio.
E la colpa non è certamente dell’afa.
Tag: Lodo Alfano




I commenti a questo articolo sono chiusi.