È da qualche settimana che la RAI è tornata nell’occhio del ciclone, e non per questioni di mera programmazione televisiva (della quale si potrebbe comunque discutere) ma di amministrazione gestionale e burocratica. Essenzialmente tutto ruota attorno al futuro Consiglio di amministrazione con la “battaglia” per impossessarsi delle poltrone più ambite, partita da diverso tempo con la nascita del nuovo Governo di Centro Destra.
Dunque come di consueto, al più o meno citato balletto di nomine, si sono sommate vicende quanto mai italiche e curiose. È il caso della vicenda Saccà, ex direttore generale dell’azienda e poi trasferito a Rai Fiction. Colpito da uno scandalo nato da alcune intercettazioni su raccomandazioni facili è stato prima licenziato e poi in questi giorni trasferito dal Cda ad altre mansioni (dopo che il Tribunale del lavoro, con insolita velocità per tali casi, ne aveva accolto il reclamo).
Poi c’è la vicenda della Commissione Parlamentare di Vigilanza RAI, dopo diversi mesi dalla sua costituzione ancora senza un Presidente, ancora inattiva. Questione non di poca rilevanza considerando che a tale organo spetta un voto importante ai fini della nomina dell’intero Cda (sette consiglieri vengono eletti dalla Commissione mentre due consiglieri vengono indicati dal Ministero dell’Economia e delle Finanze oltre al Presidente che deve comunque ottenere i due terzi dei membri della Commissione).
Il fatto è che non si è trovato l’accordo sul nome del nuovo Presidente, o meglio l’opposizione, alla quale per prassi spetterebbe la scelta del Presidente, si è ritrovata attorno al nome di Leoluca Orlando, esponente dell’Italia dei Valori. Evidentemente non gradito alla maggioranza che ha fino ad ora fatto mancare il numero legale necessario alla votazione decisiva. Da qui è nata l’occupazione da parte dei Radicali del Partito Democratico per protestare contro tale empasse.
Alla maggioranza il nome proposto dall’opposizione non va proprio giù specie se membro di un Partito che come il suo leader Antonio Di Pietro ha molto a cuore il tema delle frequenze tv e del rapporto tra Rai, Mediaset e conflitto di interessi.
Ciò è ulteriore dimostrazione dell’importanza politica che ancora riveste l’azienda televisiva di Stato e del ruolo della Commissione alla quale spetta la vigilanza.
I Radicali sono i primi di una lista che da anni accusano la RAI di soggiacere al controllo politico e che così strutturata non sarebbe in grado di assicurare un’informazione indipendente, non condizionata dagli interessi di parlamentari e ministri.
In molti altri paesi europei sono in atto leggi che svincolano almeno parzialmente le televisioni pubbliche dal controllo dei politici. Una delle soluzioni che sono state avanzate per risolvere questo problema è quella di lasciare la RAI totalmente in mano a professionisti del settore e di effettuare le nomine attraverso concorsi pubblici, mezzo che anche la Costituzione vede come garanzia di indipendenza nel caso, ad esempio, della magistratura.
Nella passata legislatura il Governo aveva proposto con un proprio disegno di legge la costituzione di una fondazione semi indipendente che controllasse l’azienda ma si è successivamente arenato dopo l’apparente ed iniziale consenso Parlamentare. In più c’è la questione del canone RAI, oramai anacronistico a fronte di un’offerta molto più variegata che in passato (si pensi all’esplosione del satellite o della Iptv), senza contare che alla fine sono più gli evasori che gli “onesti” che continuano a pagarlo.
Una soluzione sarebbe quella di mantenere il canone facendo però della RAI una sorta di BBC italiana, magari riducendone il numero di canali.
In questa legislatura il PDL ha depositato in Senato un disegno di legge per rivedere al ribasso la quota d’abbonamento mentre la Lega vorrebbe addirittura che si eliminasse del tutto. Manca ancora una proposta organica da parte del Governo.
Tra scandali e cattive gestioni all’ombra delle ingerenze del potere politico, alla RAI servirebbe una boccata d’aria fresca; che sia privatizzazione o meno è necessaria una svolta vera perché possa competere con gli altri colossi del settore capaci di fare mercato più attivo e competitivo nella programmazione.
Invece tra conflitti di interesse irrisolvibili e vicende correlate, la televisione italiana fatica ad uscire dal limbo, rimanendo lo specchio del Bel Paese con tutti i suoi peggiori difetti, in attesa di essere liberata dal giogo del controllo dal suo stesso controllore.
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