Il G20 e la nuova Bretton Woods

scritto da Redazionemercoledì 19 novembre 2008

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Sabato scorso (15 novembre) si è tenuto a Washington il G20, ovvero il meeting dei 19 Paesi più industrializzati compresa l’Unione Europea. La convocazione del meeting già rappresenta di per sé un fatto storico: di solito infatti è sempre stato il G8 a riunirsi, escludendo pertanto molti Paesi nelle decisioni economico/politiche internazionali. Tra i Paesi compresi nel G20, infatti, ce ne sono alcuni ormai protagonisti dell’economia mondiale che non possono essere esclusi da alcuna decisione economica o politica che sia; parliamo di Cina, Brasile e India.

Il G20 è stato chiamato a discutere dell’attuale crisi finanziaria globale, delle sue cause e dei suoi possibili rimedi.

Per ora non è stata decisa alcuna misura, solo alcune linee guida sui prossimi step: il no convinto al protezionismo (e la convinzione di voler conservare la fiducia nel libero mercato), e la volontà di mantenere il format del G20 piuttosto che del G8.

Due conclusioni che non devono essere considerate scontate come in realtà possono sembrare. I risultati negativi che la globalizzazione sta dando potevano addirittura far pensare ad un lento ritorno al protezionismo oppure ad un perdurare di una situazione in cui solo pochi paesi (solitamente i più ricchi) controllano l’economia mondiale estromettendo i paesi in via di sviluppo.

La volontà più grande dei 20 Paesi è riformare la governance economico/finanziaria mondiale, di giungere quindi ad una “nuova Bretton Woods”.

Ricordiamo infatti che le nostre istituzioni finanziarie mondiali risalgono al 1944, anno in cui, proprio nella cittadina di Bretton Woods negli USA, si dava vita al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale. La prima istituzione, in particolare, aveva il compito di salvaguardare il sistema monetario internazionale garantendo il funzionamento dei c.d. Accordi Monetari di Bretton Woods (ovvero l’obbligo per ogni paese di fissare il proprio tasso di cambio rispetto al dollaro), mentre la seconda doveva occuparsi di aiutare lo sviluppo e la ricostruzione di quei Paesi maggiormente colpiti dal secondo conflitto mondiale.

Con il passare del tempo il F.M.I. ha perso la sua utilità mantenendo anche un assetto istituzionale poco adeguato ai tempi. Nel 1971, dopo che il Presidente americano Nixon dichiarò la sospensione della conversione del dollaro in oro e quindi, de facto, la rottura del sistema monetario allora in vigore, il ruolo del F.M.I. fu ripensato e si concentrò soprattutto nella concessione di prestiti agli Stati membri in caso di squilibrio della bilancia dei pagamenti e nella ristrutturazione del debito estero dei Paesi del Terzo Mondo.

A 30 anni di distanza non si può dire che tale istituzione abbia raggiunto i suoi obiettivi. Non solo il F.M.I. non è riuscito a prevenire e a fronteggiare le crisi finanziarie come quelle del Sud Est Asiatico nel ’97 o dell’Argentina nel 2001 ma ha anche gestito male la transizione economica della Russia (come scrive il Premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz nel suo libro “La globalizzazione e i suoi oppositori“). Oltre a questo c’è da considerare l’attuale crisi finanziaria che è recentemente scoppiata che indica come il compito dell’F.M.I. sia stato largamente disatteso.

Da qui la necessità di una riforma radicale che possa:

  1. Da una parte rivedere i compiti di questa istituzione nel senso di aumentare i poteri di controllo e di supervisione soprattutto a livello finanziario per evitare attacchi speculativi selvaggi;
  2. Rivederne l’assetto istituzionale: ricordiamo che il sistema di voto all’interno del F.M.I. si basa sulla quota di denaro che ogni Paese versa ed è quindi connesso alla potenza economica dei singoli Paesi. I Paesi in via di sviluppo non potranno mai avere voce in capitolo finché non verrà garantita una parità di trattamento nel board di questo organismo;
  3. Aumentare la trasparenza nel processo decisionale che, di fatto, non è assicurata.

Questo per quanto riguarda gli interventi a livello internazionale. Per quel che concerne, invece, gli interventi che verranno attuati dai singoli Paesi, il G20 ha dato la possibilità ai singoli Pesi di intervenire in modo autonomo attraverso forti iniezioni di spesa pubblica (ecco un intervento prettamente keynesiano).

Per quanto riguarda l’Italia, il Presidente del Consiglio Berlusconi ha già annunciato che a breve il Governo interverrà, tramite decreto, per rilanciare la domanda pubblica e aiutare le famiglie in difficoltà.

Tra le possibili misure: qualche alleggerimento dell’Irap, finanziamento degli investimenti, sgravi fiscali per le famiglie meno abbienti, social card per gli acquisti delle fasce più basse, prestiti in favore dei nuovi nati, riduzione degli acconti fiscali di fine anno.

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