Transparency revolving doors

scritto da Andrea Rosiellomercoledì 7 gennaio 2009

in Approfondimenti

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Apriamo il nuovo anno con una news dedicata al lobbying d’oltreoceano: un modello – in teoria – per quei paesi come il nostro dove manca ancora una regolamentazione sulla rappresentanza d’interessi.

Lo spunto è preso da un articolo di pochi giorni fa di Usa Today, una fonte preziosa di notizie: secondo una ricerca di questo quotidiano un terzo degli assistenti parlamentari “top” che hanno lasciato il proprio lavoro questo anno sono diventati lobbisti. I dati parlano chiaro: l’ultima legge su lobbying del 2007 impone alla Camera dei rappresentati (House) e al Senato di elencare gli assistenti con uno stipendio di 127.000 dollari o più all’anno e che hanno lasciato il posto di lavoro.

In pratica, come fa osservare James Thurber, esperto di lobbying all’American University, è come se l’elenco dicesse “vendesi esperienza al miglior acquirente”.

Ed ecco quindi che nell’ultimo anno 32 ex-assistenti parlamentari e ulteriori 42 ex-consulenti su 193 hanno lasciato il loro lavoro e sono diventati consulenti per studi, uffici legali, gruppi di interesse e associazioni di categoria.

Tutto questo nonostante in questa legge (nata dopo lo scandalo Abramoff) sia chiaramente vietato agli ex assistenti al Senato di fare lobbying con chiunque lavori al Senato per un anno dopo aver lasciato il lavoro. Divieto più leggero per gli ex assistenti alla Camera dei rappresentanti: per loro il divieto di un anno di fare lobbying è applicato solo all’ufficio o al comitato dove hanno lavorato.

“Ma poco importa di questi divieti quando si tratta di soldi“! Come fa notare lo stesso Thumber infatti “è difficile che l’atteggiamento degli assistenti cambi perché il Comitato etico del Congresso che dovrebbe punire questo tipo di condotta raramente lo fa”.

Inoltre gli assistenti parlamentari godono di una certa zona d’ombra a differenza dei politici: infatti se un ex Senatore decide di diventare lobbista se ne accorgono tutti e ne parlano, ma se a passare per la porta girevole è un “povero” assistente, nessuno dice nulla.

Ma è davvero così remunerativo fare il lobbista negli Stati Uniti? Se guardiamo il caso di Victor Klatt la risposta è si: ex lobbista diventato membro del Comitato educativo della Camera dei Rappresentanti e tornato di nuovo a fare il lobbista. Come mostrano i registri del Congresso in due anni di pubblico impiego (2007-2008) Klatt ha guadagnato 305.000$ mentre da lobbista in soli tre mesi del 2006 ha guadagnato 579.296$. Come non giustificare allora il ritorno al primo amore?

Un’ultima considerazione: se nella patria del lobbying ancora esistono zone d’ombra così grandi e palesemente ignorate da tutti, cosa mai potrà accadere in Italia se riusciremo mai ad avere una legge al riguardo?

Per ora aspettiamo la risposta di Obama, poi chissà se questo nuovo anno ci porterà una risposta anche italiana…

Tag: James Thurber, Lobbying, politica USA, Victor Klatt

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