Il principale problema del Partito Democratico è, probabilmente, che ha troppe anime per un corpo solo.
Tra veltroniani, prodiani, d’alemiani, lettiani, mariniani si fa fatica, obiettivamente, a capire dove questo partito voglia andare a parare.
L’elettore è confuso.
Ma anche parecchio deluso.
Non solo dal Partito.
Ma anche dal suo Leader.
È di questi giorni la notizia della “discesa in campo” del Ministro Ombra dell’Economia, Pier Luigi Bersani.
Il partito, spiega l’ex Ministro, così non funziona. Non riesce a darsi un profilo, una missione.
“Ho deciso di espormi subito perché sento il disamore dei nostri elettori, la mancanza di una prospettiva”, dichiara ai giornali.
L’idea di un Bersani in corsa per la leadership del PD è, peraltro, non nuova.
Già nel 2007, quando il nascente Partito Democratico doveva nominare il suo primo Leader, ci fu più di una voce che consigliò, all’allora Ministro per lo Sviluppo Economico, di candidarsi alle primarie insieme a Veltroni e a Letta (il giovane).
Evidentemente un plebiscito “veltroniano” non andava giù a più d’uno.
Bersani ci pensa. Tentenna. Rinuncia.
“La mia candidatura avrebbe disorientato”, giustifica.
Un “Vorrei, ma non posso”, parafrasando il suo celebre omonimo.
Fassino plaude “allo spirito unitario” dimostrato. Il sindaco di Roma tira un sospiro di sollievo e ringrazia.
Ringrazia meno in questi giorni, a neanche 2 anni dalla nascita del PD, dove al guanto di sfida lanciato dal collega di partito risponde che non è tempo, ora, per affrontare le candidature per la segreteria del partito. Tempo ce ne sarà al Congresso di ottobre. Ora c’è la crisi da affrontare insieme.
Meno convinta di lui, quanto al fattore tempo, sembra essere tutta l’ala d’alemiana che sponsorizza Bersani e che fa prontamente trapelare notizie su riunioni segrete e private con la futura leadership del Partito al primo punto dell’ordine del giorno.
Che ci siano e ci siano sempre state tensioni tra Veltroni e D’Alema, d’altronde, non è un segreto per nessuno.
Il segreto o il dubbio sta, forse, in ciò che si sussurra in questi giorni. Perché Bersani e non Letta che pure sembrava incontrare il favore del Leader Maximo?
C’è chi dice che sia una manovra per bruciarlo. Sarà. Ma come spiegazione non convince fino in fondo. Oltre al fatto che Bersani non si può dire di certo uno sprovveduto ed i suoi calcoli se li sarà pur fatti.
Quello che lascia più sorpresi, in fondo, è l’accelerata, improvvisa, dell’ex Ministro.
Se fino alla settimana scorsa, infatti, alle domande su di un suo impegno in tal senso, Bersani rispondeva con un “non è all’ordine del giorno, ci sono altre priorità”, da venerdì tutto sembra cambiato.
Il “vorrei, ma non posso” del 2007 ha lasciato il posto al “voglio, posso, devo” del 2009.
Perché?
La spiegazione sta, forse, tutta nelle elezioni che tra meno di una settimana si svolgeranno in Sardegna.
Una resa dei conti tra le varie anime del PD, infatti, potrebbe non dover aspettare il Congresso di ottobre ma essere richiesta già all’indomani del voto sardo. Tutto dipende da come andrà Soru, insomma (altro futuro papabile Leader, peraltro).
C’è chi scrive, infatti, che un risultato deludente ma non disastroso per il PD, manterrebbe Veltroni saldo alla guida del partito fino al Congresso o quanto meno fino alle europee. Un risultato al di sotto del 29% (oggi il PD è dato infatti tra il 29 ed il 32%), invece, consentirebbe di rimescolare le carte sin da ora.
Una manovra preventiva, quindi, quella di Bersani.
Una premozione sul voto in Sardegna? Chi lo sa.
Quello che si sa è che il “Bersani in corsa” agita le mille anime del PD.
Parisi sorride, manco a dirlo.
Fioroni s’indigna: “è la cosa sbagliata, al momento sbagliato”.
E via via tutto un susseguirsi di voci favorevoli e contrarie.
Fassino contro.
Cigl pro.
Prodiani e Mariniani non pervenuti. Ancora.
Farmacisti sul piede di guerra. Sicuramente.
Una considerazione finale merita il tempismo di questa scelta.
Se è pur vero, infatti, che Veltroni e Bersani hanno visioni piuttosto differenti di cosa e come questo partito dovrebbe essere (per Veltroni più centrista, per Bersani più a sinistra, per l’uno autosufficiente, per l’altro aperto a future alleanze), è anche vero che in un momento particolare per il nostro Paese, l’opportunità di “spaccare” il Partito, soprattutto considerando le laceranti divisioni interne alla Maggioranza, appare una scelta frettolosa e non sufficientemente ragionata.
Potrebbe essere la spinta che rimette in moto il PD. Ma anche essere la classica “zappa sui piedi”.
Tag: PD, Pier Luigi Bersani, Renato Soru, Sardegna, Walter Veltroni




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