La news della settimana, come è ovvio che sia, non può non parlare delle recenti elezioni.
In primo luogo perché le elezioni sono, per qualunque Paese, un appuntamento importante per elettori ed eletti. In secondo luogo perché si tratta della prima prova ad un anno dall’insediamento del IV Governo Berlusconi. In terza battuta per la singolarità delle stesse.
Proviamo quindi a riassumere, per quanto possibile, quanto è uscito dalle urne dello scorso fine settimana.
Un primo commento degno di nota è quello del giornalista del Corriere della Sera, Aldo Grasso, che nell’articolo “Vincono i partiti meno ‘televisivi’. Ma nei talk show nessuno perde” ci rammenta di un antico vizio della politica italiana: la difficoltà ad ammettere di aver perso.
A poche ore dai risultati, infatti, tutti avevano centrato il bersaglio. Il PD con il suo 26% aveva arrestato l’ascesa del novello Cesare. Berlusconi con il suo 35% era il più amato tra i Leader europei. Lega ed IdV avevano variamente battuto i propri alleati. Insomma tutti, in qualche modo, erano più che soddisfatti.
Ovviamente tutti sanno chi ha vinto e chi ha perso, con quali percentuali e dove e che, personalmente, più o meno schematicamente riassumerei così: hanno vinto: Lega, Italia dei Valori, PdL, Franceschini. Hanno perso: l’Europa e il PD. Ha stravinto: Debora Serracchiani.
Incerti: Berlusconi ed i partiti della Sinistra c.d. “radicale”.
Sulla vittoria a pieni voti del Carroccio e del partito di Di Pietro, mi sembra, non ci sia nulla da aggiungere. I dati sono lì e i primi avvisi di sfratto sono partiti: la posizione del Premier sul referendum ne è solo un esempio. La decisione (furbesca ed azzeccata) di Di Pietro di togliere il proprio nome dal simbolo del partito è un’altra. Si da l’idea di un partito in grado di camminare da solo anche senza il traino del più famoso cognome. E si evitano scomodi paragoni con il partito del Premier.
Sul successo del Popolo della Libertà, egualmente, non vi sono dubbi. Lo dimostrano le province ed i comuni strappati al centro-sinistra che, a quanto pare, non governa male solo a livello nazionale.
D’altronde le elezioni locali non sono mai semplicisticamente solo l’espressione di “fede nel partito”.
Un certo buon risultato è possibile attribuirlo anche a quel 26% raggiunto da Franceschini.
Una forte battuta di arresto, di certo, per un partito che un anno fa aveva il 33% ma una vittoria personale per chi è riuscito a convincere una buona fetta dei delusi dal PD a tornare a votare per un partito in cui si fa sempre più fatica a riconoscersi. Solo qualche mese fa il Partito Democratico era quotato al 22-23%. Aver recuperato punti ed evitato la catastrofe è, quanto meno, una soddisfazione personale.
L’entusiasmante vittoria della Serracchiani è una “non novità”.
L’aver battuto il Papi nazionale di sicuro inorgoglisce e la paventata ipotesi di farne la vice di Franceschi certamente lusinga. Anche se, fossi in lei, non accetterei. Di persone, questo partito, ne ha “bruciate” a sufficienza. Non c’è bisogno dell’ennesimo agnello sacrificale.
La sua vittoria, più sui blasonati nomi del PD che erano in lista con lei che non sul Premier, è, infatti, il simbolo più evidente della “rivoluzione” che la base elettorale vorrebbe fare all’interno del PD.
Che la cavalchi.
Veniamo ai perdenti. L’Europa in testa.
L’alto livello di astensionismo, in tutti i Paesi e non soltanto nel nostro, è sintomo di un malessere e di una disaffezione estesa. L’Europa è ancora troppo lontana dai milioni di cittadini che ogni giorno “governa”. Non se ne conosce il funzionamento e non se ne vede l’utilità. Oltre al fatto che non ha una politica comune su questioni vitali come l’immigrazione e la vittoria di certi partiti mi sembra ne sia una prova. Dal punto di vista italiano, poi, il Parlamento Europeo è ancora drammaticamente visto come una sorta di lussuoso parcheggio per big in panchina (Cofferati, Domenici, Mastella tanto per fare esempi) o per ricambiare “qualche favore”. Insomma qualcosa per la quale non vale la pena impegnarsi più di tanto. Neanche per una crocetta.
Il Partito Democratico esce dalla seconda competizione elettorale piuttosto ammaccato. Un preludio, se non si inverte la rotta, alla più pesante “bastonata” che arriverà con le regionali del 2010.
E, a giudicare dai coltelli che si stanno affilando in queste ore, la rotta non sembra destinata ad invertirsi.
Le “sinistre” vincono e perdono allo stesso tempo. Riguadagnano terreno rispetto ad un anno fa ma divise non convincono. E ancor meno convincenti risultano i rispettivi leaders che, dimentichi del proprio passato, non trovano di meglio da fare, a risultati rivelati, che accapigliarsi vicendevolmente.
Il 6% complessivamente racimolato è, in qualche modo, un risultato. Una base sulla quale ragionare.
Ma non se ne accorgono.
Il Premier, infine, è il vero rebus della tornata elettorale. Il 35% alle europee è un risultato deludente rispetto alle politiche di un anno fa e ancora di più se lo si considera rispetto a quel 40-45% più volte indicato dallo stesso Berlusconi, che in questi giorni pare essersi rammaricato di averlo fatto in pubblico. Bastava non dirlo e il gioco era fatto. Le spiegazioni del “flop” del Premier, comunque, sono variamente argomentate. Lo stesso Berlusconi “incolpa” l’ex moglie, Kakà e gli astenuti. Prescindendo dai primi due, che pure possono essere una spiegazione, il dato degli astenuti sembra quello più rilevante. Anche qui diversità di opinioni.
Per il Professor Rodotà (ex Garante per la privacy) l’aumento dell’astensione nell’elettorato di centro-destra si risolve in un vero e proprio segnale verso il Premier che, anche in questa occasione, aveva chiamato i suoi alle urne impostando la campagna elettorale su una sorta di referendum sulla sua persona. Obiettivo mancato, dunque.
Per il Ministro per il Turismo Brambilla, invece, chi se ne è stato a casa (soprattutto in Sicilia) non lo ha fatto per “rimproverare” il Premier ma perché scarsamente interessato alle elezioni europee. Prova ne sarebbe la vittoria del centro-destra a Caltanissetta unico Comune nell’isola dove si votava anche per le amministrative.
Spiegazioni interessanti. Entrambe.
Fonte foto: Associttadini
Tag: astensionismo, crisi della politica, Dario Franceschini, Debora Serracchiani, elezioni amministrative, elezioni europee, Italia dei Valori, Lega Nord, PD, PDL, Silvio Berlusconi




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