Anche se non viviamo più ai tempi di Dante la citazione adattata dall’inferno si addice sorprendentemente bene alle vicende dei nostri giorni (ci sarà un motivo se lui è il sommo poeta no?).
In questi giorni infatti, passata la vicenda Noemi (scomparsa da una settimana all’altra dalle pagine dei giornali) nel mare magnum della politica l’attenzione di molti si sta concentrando sempre più sul progetto di legge in materia di intercettazioni, arrivato in questi giorni al Senato (AC 1415).
Ma perché tanto clamore intorno a questo provvedimento?
Il disegno di legge “Norme in materia di intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali” è stato presentato alla Camera alla fine di giugno del 2008 dal ministro della Giustizia Alfano con un nobile, a suo dire, principio: tutelare la privacy e la dignità delle persone. Un diritto (quello alla privacy) sancito sia dalla Costituzione italiana che dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
Bisogna ricordare infatti che poco tempo prima che il ministro Alfano presentasse il suo progetto di legge, si erano verificate alcune fughe di intercettazioni effettuate dalla magistratura nei confronti di politici e personalità importanti nel corso di indagini. Una su tutte la telefonata fra il Presidente Berlusconi e il manager della Rai Agostino Saccà pubblicata dall’Espresso. È sembrato quindi fondamentale regolamentare meglio la normativa sulle intercettazioni per evitare di compromettere le indagini (ma non sarebbe bastato controllare meglio queste fughe piuttosto che intervenire sull’uso delle intercettazioni?).
Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata molta e di cose da dire c’è ne sarebbero ma, data la complessità della faccenda, almeno per il momento, è meglio astenersi. La battaglia tra i sostenitori della privacy e quelli a favore della trasparenza degli atti (specialmente se riguardano politici e figure istituzionali) infatti è molto articolata ed entrambi gli schieramenti hanno valide cartucce in canna.
Due parole invece possiamo spenderle su alcuni aspetti del provvedimento che interessano e toccano direttamente non solo i frequentatori di questo sito ma più in generale tutto il popolo della Rete.
Ci riferiamo al maxi emendamento introdotto ai primi di giugno di quest’anno dal Governo (e sul quale è stata posta immediatamente la fiducia) che, tra le altre cose, introduce l’obbligo per tutti i “i gestori di siti informatici” a procedere, entro 48 ore dalla richiesta, alla rettifica di post, commenti, informazioni ed ogni altro genere di contenuto pubblicato. Una sanzione che chiaramente riprende l’art. 8 della Legge sulla stampa del 1948.
Le reazioni del popolo di internet non si sono fatte attendere: da Beppe Grillo a esperti di internet (Punto Informatico in primis), da Di Pietro al PD un po’ tutti si sono indignati contro questa legge ormai nota come “ammazza internet”.
In pratica chiunque all’indomani dell’approvazione della legge potrà inviare una mail a Google, Facebook, MySpace o al gestore di qualsiasi newsgroup o bacheca elettronica, al blogger amatoriale o professionale, chiedendo di pubblicare una rettifica in testo, video o podcast a seconda della modalità di diffusione della notizia da rettificare”. La definizione infatti di “gestore di sito informatico” è omnicomprensiva e non esclude nessuno.
La protesta in particolare si basa su svariati punti: anzitutto l’applicazione di una legge vecchia di 60 anni fa ad un fenomeno giovane come internet (stampe e rete non sono infatti la stessa cosa).
In secondo luogo c’è l’impossibilità specialmente per le grandi aziende di riuscire a rettificare in così poco tempo tutti i commenti o i video o i post: basta pensare alle migliaia di video caricate ogni giorno su YouTube e ai milioni di utenti di Facebook (se fosse una popolazione Facebook sarebbe la sesta nazione al mondo per popolazione). Con questa legge il rischio che migliaia di siti, video, podcast e myspace possano scomparire da un giorno all’altro è molto alto.
Infine l’obbligo per i “gestori di piattaforme informatiche” di diventare sceriffi della rete e limitare, per paura di multe salatissime, la libertà di espressione di cui la rete è simbolo.
Per questo motivo sono nate su internet molte petizioni online per chiedere al Governo e ai politici di modificare la legge in questione, la più importante delle quali è, per grandezza, quella di Repubblica.it che ha raccolto circa 200mila firme.
Che forse, come dice qualcuno basterebbero appena “483 caratteri spazi inclusi” per porre fine alla bagarre e salvare la Rete?
Speriamo che i decisori si ravvedano e correggano il tiro o (per la rete) del domani non v’è certezza.
Tag: Blog, intercettazioni, internet, libertà di stampa, Media, Noemi Letizia




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