Nell’ultimo mese dell’anno il Parlamento Italiano ha confermato l’impegno in Afghanistan prevedendo la copertura delle spese militari per le missioni all’estero fino alla fine del 2009. Sull’eventulae disimpegno delle truppe italiane, il ministro degli esteri Franco Frattini, ha precisato: “Pensiamo che il 2013 sia l’obiettivo massimo, e non minimo, per il graduale disimpegno“.
L’importo del rifinanziamento delle missioni internazionali è maggiore rispetto a quanto previsto inizialmente, proprio in virtù della permanenza di 400 militari inviati in Afghanistan per le elezioni presidenziali. Ci si basa su una presenza di 3.150 militari italiani in quei territori.
Ci pensavo proprio in questi giorni dopo aver visto l’ultimo film di Jim Sheridan, “Brothers” da poco nelle sale. La pellicola, prende proprio come riferimento la guerra afghana e delinea ciò che può avvenire nella testa di un soldato, nella coscienza di un reduce, ossessionato dalle azioni infami commesse in combattimento, ormai estraneo rispetto alla famiglia ritrovata.
Non è certo il primo film che si occupa dei reduci. Lo stesso Regista del “Nel nome del padre” ha comunque il merito di riproporre, aggiornandolo, un film danese del 2004, sviscerando anche in america una guerra poco considerata da Hollywood. L’interpretazione riuscita dei protagonisti rende molto vivo il film e ne evidenzia,a mio parere, il suo carattere antibellico. La guerra provoca lacerazioni profonde non solo in chi difende ma anche in chi offende, a prescindere dalle considerazioni legate alla necessità e opportunità di un intervento.
E’ sempre molto difficile distinguere tra missione e attività bellica. In Afganistan convivono due missioni internazionali: La prima, sotto l’Onu, alla quale partecipa anche l’Italia e che aveva come obiettivo il rafforzamento della pace nell’Afghanistan liberato. L’altra, promossa unilateralmente dagli Stati Uniti che, fin dall’inizio, è dichiaratamente guerra per liberare il territorio dalle residue forze talebane.
Qualcuno dice che la guerra americana si sta tramutando in un piccolo Vietnam, ma lo stesso Obama è stato molto cauto sulla faccenda, prevedendo si un ritiro per il 2011, ma inviando intanto un altro contingente. Il fronte di battaglia sembra infatti essersi allargato contaminando anche zone della missione Onu. In più, le recenti elezioni, le prime “pilotate” democraticamente, tra rinvii e brogli hanno creato ulteriori focolai di tensione e di crisi interna al paese. La strategia ed il senso dell’intervento militare sono profondamente cambiati e urge una riflessione importante ed urgente sulla necessità di persistere nella missione.
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