All’indomani della premiazione degli oscar del cinema vi è un grande sconfitto: Avatar. Il film dell’anno, che ha battuto tutti i record di incassi della storia del Cinema. Il Regista James Cameron ha superato se stesso, visto che il precedente record era di Titanic, sempre da lui diretto. L’ho visto qualche giorno fa, con grande ritardo, ma lontano dai clamori e dalle folle oceaniche dei primi giorni. Rigorosamente in 3d. Lo stesso regista ritiene che tale formato sia il futuro del Cinema. Abbastanza opinabile. La pellicola è stata presentata in pompa magna come profondamente innovatrice, un nuovo modo di vedere e “respirare” il cinema.
Stilisticamente non c’è che dire. Gli effetti speciali sono trascinanti, avvolgenti. Cameron ci ha lavorati per decenni (il progetto ha la sua gestazione nei primi anni 90) creando una sorta nuovo modello di telecamera (micro telecamera) che permette al regista di essere all’interno del set. I movimenti degli attori sono registrati dai sensori che emanano luci infrarosse che tramite le speciali telecamere, sono riprodotti in maniera tridimensionale, così come accade per le espressioni del volto.
Quello che non sorprende è la trama insieme ad alcuni concetti. Il rapporto tra realtà e realtà virtuale non è un certo un concetto inesplorato. I più attenti si ricorderanno di un non esaltante film del 92, “il tagliaerbe” tratto da un racconto di Stephen King, che affrontava alcuni aspetti della realtà virtuale.
Pandora è il regno del futuro sul quale i terrestri, che hanno sfruttato al massimo il loro pianeta, intendono trarre le ricchezze . Di qui la storia di Jake, ex marine rimasto senza l’uso delle gambe e in cerca di una nuova vita su un nuovo mondo, grazie al suo Avatar. Scelta alquanto banale e prevedibile. Così comprenderà la cultura, le tradizioni e il modus vivendi degli abitanti di Pandora e ne sarà il primo e valoroso difensore dai suoi stessi “simili”.
Il rapporto tra le culture, il rispetto delle diversità ne fanno il fulcro della trama. In questo il film è molto accomodante, lontano dall’ironia tagliente e amara del bellissimo District 9, ma anche dalla crescita consapevole del protagonista del citatissimo Balla coi lupi. Nessun personaggio, neppure la dottoressa Grace, assume dei tratti di complessità tali da uscire dai clichè canonici di quella che si può considerare una bella storia. Per il resto il film è antimilitarista, antirazzista e ambientalista quanto basta per essere portato in tutte le aule scolastiche.
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