Bilancio 2020, stili di vita e alimentazione: cosa ci ha insegnato l’olio di palma?

Nel lungo dibattito politico che sta accompagnando la manovra di bilancio 2020 spicca l’attenzione che si vorrebbe riservare al tema della cultura alimentare e degli stili di vita. Per quanti si occupano di alimentazione non è di certo una novità, ciclicamente infatti l’attenzione si posa su alcuni specifici ingredienti con un picco per i cosiddetti prodotti «senza». Fra le campagne antesignane di questo vero e proprio trend quella contro l’olio di palma è certamente una delle più eclatanti, anzitutto per i «risultati» raggiunti. L’industria di trasformazione italiana, una delle principali utilizzatrici a livello globale, ha infatti in larga parte rinunciato a questo ingrediente: le importazioni nel nostro Paese hanno conosciuto una brusca flessione (-11%), cui è corrisposta una crescita esponenziale di prodotti «senza».

Benché si sia trattato di una vera e propria campagna internazionale, in cui sono venute a combinarsi istanze ambientali e sociali con tensioni di natura commerciale, è utile soffermarsi su alcune peculiarità del caso italiano. Nel Belpaese l’attenzione si è primariamente poggiata su una declinazione del tema attenta alla sicurezza alimentare e alla nutrizione a discapito dei profili ambientali e sociali, come testimoniano del resto le analisi condotte sugli UGC (user-generated contents) dell’epoca. La petizione de Il Fatto Alimentare e Great Italian Food Trade (novembre 2014) – sottoscritta da 176.126 sostenitori – richiedeva lo «stop all’invasione dell’olio di palma» tout court. Gli interlocutori individuati erano tuttavia le principali aziende del settore mentre in altri paesi, come ad es. la Francia, tali istanze venivano rivolte ai decisori istituzionali che venivano quindi sollecitati a incrementare il carico fiscale sulle aziende produttrici.

Un ruolo significativo nel caso italiano è stato rivestito anche da Report: la trasmissione di inchiesta giornalistica trasmessa dal canale televisivo Rai3. In un servizio del maggio 2015, all’apice cioè dell’attenzione mediatica sull’olio di palma, veniva posto il tema della sicurezza alimentare e in particolare dei relativi prodotti, esemplificativo il titolo del servizio «Che mondo sarebbe senza», senza tuttavia eludere il problema della sostenibilità ambientale.

In questo scenario vale la pena soffermarsi sul ruolo, apparentemente defilato, dei decisori pubblici. Tra febbraio e maggio 2016, l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) pubblicava, su richiesta del Ministero della Salute, un report quantomeno ambiguo sulla salubrità dell’olio di palma, mentre l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) concludeva nel frattempo uno studio, decisamente più incisivo, sugli effetti cancerogeni di alcune sostanze negli alimenti, tra le quali figurava per l’appunto l’olio di palma. Tali pronunciamenti hanno quindi accelerato la progressiva scomparsa dell’olio di palma tra i prodotti presenti sugli scaffali della distribuzione. I nutrizionisti che erano intervenuti in favore della salubrità di questo ingrediente, con una certa sorpresa degli addetti ai lavori, hanno dovuto lasciare il passo alle conclusioni tratte dalle due istituzioni. In sede politica la ricezione di queste campagne si è invece tradotta nella semplice presentazione e discussione di alcune mozioni presentate da esponenti del Movimento 5 Stelle (allora all’opposizione).

Timida e tardiva la reazione dei principali accusati: l’industria alimentare. Se, infatti, alcune aziende di produzione e distribuzione, a scopo precauzionale e prima dei pareri di ISS e EFSA, avevano rapidamente avviato il processo di sostituzione dell’olio di palma lo stesso non può dirsi per la gran parte dell’industria che focalizzava la sua attenzione dapprima sul macro-tema della sostenibilità, con la creazione dell’Unione italiana olio di palma sostenibile, per poi tardivamente affrontare quello della nutrizione. La campagna a questo riguardo promossa nell’autunno 2015 dall’AIDEPI – l’associazione di categoria che raggruppava le principali aziende produttrici di biscotti e merendine chiamate in causa – perse tuttavia di consistenza nel momento in cui uno dei principali promotori decise di rinunciare, in corsa, all’olio di palma. Chi scelse di risalire la corrente con una campagna in difesa dell’olio di palma, agitando quindi il tema della sicurezza alimentare e della relativa salubrità, fu Ferrero che colse così l’occasione per celebrare i 70 anni del suo più noto prodotto: la Nutella.

Conseguito il risultato di marginalizzare l’olio di palma nell’industria alimentare italiana, come in occasione di altri flame mediatici, l’attenzione veniva lentamente a sopirsi mentre all’estero – ancora oggi – prosegue la guerra commerciale su questo discusso ingrediente. In attesa del prossimo picco di attenzione.