Generale agosto, addio!

A poco più di un anno dall’insediamento, il Governo «Conte II» è chiamato alla verifica delle urne. Un appuntamento di assoluto rilievo anche per l’opposizione di centro-destra, desiderosa di accrescere la pressione politica sull’esecutivo. Prendendo le mosse dalle elezioni regionali e dalla riapertura delle scuole, uno sguardo agli scenari politici autunnali nella riflessione per Huffington Post di Fabio Bistoncini – AD di FB&Associati. 

Per chi, come il sottoscritto, è innamorato della politica, settembre è un mese meraviglioso. Perché, a parte lo scorso anno, con la crisi di governo scatenata dal leader leghista Matteo Salvini, il “generale agosto”, grande calmieratore di tensioni e pulsioni, abbandona definitivamente il campo.

Finisce il tempo delle foto o dei selfie sulle spiagge, degli articoli o dei tweet di colore su luoghi o costumi scelti dalla nostra classe politica e soprattutto sul suo stato di forma “fisica” (abbronzature, pancette, smagliature etc.).

Si ritorna alla “Politica”, quindi. Due, a mio avviso, gli snodi principali che potranno determinare cambiamenti nei rapporti di forza tra i partiti di maggioranza e di opposizione. Il primo è la riapertura delle scuole, chiuse da marzo a causa della pandemia.

Dopo mesi di dichiarazioni rassicuranti da parte di molti esponenti del governo, dopo aver voluto individuare una data “simbolo” (quella del 14 settembre) per l’avvio del nuovo anno scolastico, con il passare dei giorni le difficoltà si sono moltiplicate. Intanto perché ci siamo accorti che ancora non siamo fuori dall’emergenza pandemica (anzi i contagi stanno nuovamente crescendo) e poi perché le linee guida fissate dal Comitato Tecnico Scientifico per la riapertura si devono conciliare con gli assetti organizzativi della nostra scuola e del mondo che ruota attorno a essa.

Che non sono uniformi su tutto il territorio nazionale: carenze di personale, spazi non adeguati, e comunque non sufficienti, nuovi arredi che verranno consegnati “a partire da settembre”, tamponi da effettuare, una didattica a distanza che ha funzionato (e presumibilmente funzionerà) a macchia di leopardo, mezzi di trasporto che devono conciliare l’afflusso degli studenti e le regole di distanziamento sociale.

Ecco che quindi, alcune regioni che avevano “sottoscritto” per l’apertura il 14, cominciano a premere per un rinvio al 24. Di per sé un ritardo di dieci giorni non sarebbe neanche drammatico.

Ma dopo aver annunciato e ribadito per mesi la data di apertura, dopo avere insistito sulla necessità che il ritorno a una parvenza di normalità sarebbe passato attraverso la presenza nelle aule scolastiche delle giovani generazioni… il presidente del Consiglio e i suoi ministri hanno trasformato il tema da “tecnico” a squisitamente “politico”. E su questo si giocano una larga parte della loro credibilità acquista durante la fase acuta della pandemia.

Un ritardo, una marcia indietro non sarebbe indolore. Peggio ancora un’apertura confusa e sconclusionata: le tensioni interne alla maggioranza sarebbero destinate ad aumentare. A meno che i contagi crescano ancora, con un innalzamento del famoso indice Rt ad un valore che sconsiglierebbe una riapertura ravvicinata.

Ma questo a oggi non è dato sapere. E arriviamo al secondo “snodo”: le elezioni regionali. Che non sono mai puramente locali, dal momento che i risultati hanno sempre un impatto sui rapporti di forza tra partiti.

Si vota in 7 regioni.

Senza nulla togliere alla Val d’Aosta… concentriamo la nostra attenzione sulle rimanenti sei. A oggi due sono governate dal centrodestra (Veneto e Liguria) e quattro dal centrosinistra (Toscana, Marche, Campania e Puglia). In Veneto la partita è praticamente chiusa: il governatore uscente Zaia (Lega) veleggia su percentuali di gradimento altissime. E il centro sinistra si presenta diviso. Pd, Italia Viva e 5 Stelle: ciascuno il proprio candidato. La riconferma di Zaia (la terza) quindi appare scontata. Semmai sarà interessante vedere quanti voti prenderà la lista del governatore rispetto a quella del suo partito. Zaia rappresenta l’altra Lega rispetto a quella “nazionale” di Salvini: più ancorata al Nord. E sono molti che guardano al governatore del Veneto come una possibile tassello per un’alternativa all’attuale leadership. Anche in Liguria il governatore uscente Toti è accreditato di un netto vantaggio sul suo sfidante Ferruccio Sansa sostenuto da Pd e 5 Stelle. La sua candidatura non è decollata, molti elettori e amministratori locali del Pd non sembrano apprezzarlo, l’emergenza del Ponte Morandi prima e quella pandemica poi hanno rafforzato Toti. Difficile quindi un cambiamento. In Campania De Luca (Pd) dovrebbe spuntarla agevolmente su Caldoro (centro destra). Il suo stile diretto (l’imitazione di Crozza è un pallido simulacro rispetto all’originale), il piglio decisionista sembrano approvati dai suoi concittadini. In aggiunta un’organizzazione di aggregazione del consenso molto ben strutturata (ci sono ben 15 liste che lo sostengono!).

Molto più combattuta la competizione nelle altre Regioni.

In Puglia la partita tra Emiliano (Pd) e Fitto (Centro destra) è molto aperta. Nonostante le storiche aperture, il governatore uscente non è riuscito ad accordarsi con i 5 stelle. Inoltre Italia Viva, da sempre critica nei suoi confronti, ha schierato come candidato Ivan Scalfarotto. Una candidatura di “disturbo”, per questo fastidiosa.

È vero che anche in questo caso ci sono molte liste civiche che sostengono Emiliano, ma il centro destra è compatto.

Marche: storica Regione di sinistra, però ad oggi il candidato di Fratelli d’Italia (Francesco Acquaroli) è in netto vantaggio su Maurizio Mangialardi (Pd). Anche in questo caso nessun accordo con i 5 stelle. Il “ribaltone” è quindi del tutto possibile.

Toscana. È la “madre di tutte le battaglie” di questa tornata elettorale. Si sfidano Susanna Ceccardi (Lega) e Eugenio Giani (Pd + Italia Viva). Salvini sta battendo palmo a palmo la regione nel tentativo di spostare l’ago della bilancia. Impresa fattibile dal momento che da anni alcune ampie fette del territorio si sono orientate a destra. Giani parrebbe in vantaggio ma la forbice è molto stretta.

Mancano ancora tre settimane quindi nulla è scritto sulla pietra. Ma giocando con i numeri ipotizziamo qualche possibile scenario e le possibili ripercussioni politiche a livello nazionale. Ipotesi pareggio: al cdx vanno Veneto, Liguria e Marche al csx Toscana, Campania e Puglia. È vero che il centro destra può fregiarsi della vittoria nelle Marche… ma gli equilibri non cambierebbero molto.

Ipotesi vittoria cdx, che vince in Veneto, Liguria, Marche e Puglia lasciando al Csx Toscana e Campania. In questo caso l’affermazione delle opposizioni sarebbe più marcata ma il Pd, e conseguentemente la coalizione che sostiene l’attuale governo, dovrebbe reggere.

Ipotesi debacle centro sinistra. Che riesce a conquistare solo la Campania perdendo, rispetto all’ipotesi precedente, anche la Toscana.

Questo scenario è l’incubo di Zingaretti e del Pd. Gli effetti sulla sua segreteria e sul governo sarebbero molto pesanti: la sconfitta in Toscana sarebbe infatti difficilmente derubricabile a un voto locale.

Le altre variabili da tenere in considerazione saranno i risultati delle singole liste e cioè:

la competizione a destra tra Lega e Fratelli d’Italia:

il risultato di Italia Viva, soprattutto in Toscana e Puglia;

il risultato complessivo del Pd.

Un mese interessante dunque, forse cruciale.

I due fattori (apertura scuole e risultati del voto amministrativo) sono per me autonomi (anche se il primo potrà influenzare il secondo) e hanno un impatto simile sullo scenario politico.

Così come avranno anche una rilevanza concreta ulteriori variabili “stabilizzanti” del sistema (l’andamento della crisi epidemica, di quella sociale ed economica, la necessità di approvare la legge di stabilità, quella di dare assicurazioni all’Europa sulla capacità di gestire i Recovery Fund). Ma queste avranno un effetto successivo ai due snodi tratteggiati in precedenza.

Volutamente non ho considerato il referendum sulla riduzione dei parlamentari.

Per me irrilevante.

Perché il Sì vincerà sicuramente (troppo ampio è il margine di vantaggio a suo favore) e discettare sulle percentuali che avrà il No non mi sembra interessante. Servirà esclusivamente al Movimento 5 Stelle per curarsi le ferite delle elezioni amministrative. Certo che se vincesse il No sarebbe tutta un’altra storia, molto più affascinante