L’Italia e la gig economy: l’intervista al prof. Guarascio

L’impatto sul lavoro delle trasformazioni indotte dalle nuove tecnologie interroga studiosi e addetti ai lavori ormai da alcuni anni. I confini tra autonomia e subordinazione della prestazione lavorativa, innanzi agli sconvolgimenti determinati dalla crisi economica, sfumeranno ulteriormente?

1. Il fenomeno della gig economy è caratterizzato da forme di collaborazione tra imprese e lavoratore che si risolvono in mansioni autoconclusive richieste in modo saltuario. Questa forma di rapporto di lavoro ha avuto un’espansione globale, ma è al tempo stesso caratterizzata da un’alta eterogeneità di forme e task richieste. In Italia si possono notare delle caratteristiche peculiari nella sua estensione, rispetto agli altri paesi europei? La diffusione di questa forma di lavoro in Europa presenta peculiarità rispetto alla penetrazione in altre zone, ad esempio negli Stati Uniti?

Preliminarmente suggerisco di porre attenzione all’(ab)uso del termine ‘collaborazione’. Un termine che troppo spesso è impropriamente associato alle piattaforme digitali. Da un punto di vista tecnico, le piattaforme garantiscono un ‘salto di qualità’ per quanto concerne la direzione, il controllo, il coordinamento e dunque la (potenziale) cooperazione tra i nodi che compongono la rete digitalizzata sottostante le piattaforme stesse. Tuttavia, è necessario tenere a mente che quella che va crescendo e che chiamiamo economia delle piattaforme altro non è che la più recente evoluzione organizzativa del capitalismo. Un capitalismo che continua ad avere alla base la dicotomia capitale-lavoro. Nel caso delle piattaforme, l’elemento peculiare riguarda il fatto che il dominio è esercitato in modo rilevante, da parte del capitale, mediante la proprietà dei mezzi che consentono di controllare la rete digitalizzata sottostante la piattaforma (e le informazioni che fluiscono al suo interno). Dal lato del lavoro, le piattaforme costituiscono altresì un ulteriore approfondimento lungo la strada della parcellizzazione del lavoro e dell’individualizzazione delle relazioni, lavorative in particolare e interpersonali in generale. Quando si parla di piattaforme digitali, quindi, si sta parlando di relazioni di potere e di subordinazione come nelle altre imprese. Nella piattaforma, però, l’asimmetria che sussiste tra chi controlla la piattaforma ed estrae la gran parte del valore che viene generato all’interno di essa e chi vende la propria forza lavoro sotto forma di micro-task remunerate con un meccanismo analogo a quello del cottimo è significativamente maggiore rispetto a quella riscontrabile all’interno delle organizzazioni di impresa di tipo tradizionale. La configurazione ed il grado di diffusione dell’economia delle piattaforme nei diversi paesi è senz’altro eterogenea. Tale eterogeneità è riconducibile alle diversità presenti nei vari contesti territoriali, sociali, culturali, economici e normativi. Un’eterogeneità che informa il tipo di domanda che emerge nel mercato e che dunque può influenzare lo sviluppo dell’economia delle piattaforme in termini di dimensione, intensità e rapidità dello sviluppo stesso. Tuttavia, è difficile fornire una misura affidabile dell’economia delle piattaforme (e del numero dei soggetti coinvolti in essa) sia a livello globale sia in chiave comparativa. Negli Stati Uniti, il paese dove le piattaforme sono nate e dove hanno avuto il primo sviluppo (un ruolo di estremo rilievo le piattaforme lo giocano oggi anche in Cina e più in generale in Asia), esistono informazioni maggiormente affidabili e circostanziate circa il peso dell’economia delle piattaforme. In Europa il quadro è meno chiaro e non è possibile fornire una misura affidabile del grado di penetrazione delle piattaforme digitali nell’economia. E’ evidente però che se si guarda al tasso di penetrazione dell’e-commerce e se si osserva il tasso di crescita di una piattaforma come Amazon (o se si pensa al peso che oggi hanno soggetti come Alphabet-Google nel mercato pubblicitario) si comprende come a breve ciò che dovremo provare a misurare sarà la frazione di economia (che molto presto a mio giudizio sarà infinitesimale) immune dal diffondersi delle piattaforme.

2. Mutando i mercati del lavoro, la gig economy innesca anche cambiamenti sociali: quali attori, tra sindacati, enti locali, governi nazionali, sono coinvolti in maniera preponderante nel governo e nella regolazione di questi fenomeni? La situazione pandemica incentiverà il ricorso a questo tipo di rapporto di rapporto, o una sua regolazione?

Occorre ricordare che l’economia delle piattaforme si è sviluppata in un contesto di tendenziale deregolamentazione dei mercati e di riduzione dello spazio economico destinato ai soggetti pubblici. Fenomeni quali le privatizzazioni, la frammentazione delle imprese (con la tendenza all’esternalizzazione di una crescente quota di servizi), la flessibilizzazione di mercati del lavoro, il conseguente indebolimento delle organizzazioni sindacati fanno parte di un più generale processo di trasformazione strutturale del capitalismo che ci aveva già consegnato, ben prima del diffondersi delle piattaforme, un contesto altamente diseguale e atomizzato nell’ambito del quale le istituzioni deputate alla redistribuzione ed alla mitigazioni delle contraddizioni del sistema stesso venivano ad essere via via indebolite. Negli scenari deregolamentati e scarsamente sindacalizzati, le piattaforme, in particolare quella della cosiddetta gig-economy che si occupano di attività a basso valore aggiunto come la consegna di pasti a domicilio, riescono a ottenere i margini che consentono loro di rimanere sul mercato. Se non potessero agire al di sopra di qualsiasi regolamentazione e dovessero riconoscere ai lavoratori salari e tutele analoghi a quelli che vengono percepiti da chi opera in modo tradizionale, molte piattaforme probabilmente uscirebbero dal mercato. E questo esercita un’ovvia pressione sulle imprese concorrenti scatenando una corsa al ribasso per quanto riguarda salari e tutele. La situazione pandemica incentiverà sicuramente il ricorso a piattaforme di vario genere, come messo in luce dalla recente crescita esponenziale sperimentata dalle piattaforme per la pubblicità online e di quelle per la consegna dei pasti. Come le piattaforme, tuttavia, anche la pandemia non è un fenomeno esogeno rispetto alla dinamica evolutiva del sistema capitalistico in cui viviamo ed entro cui il virus si è innestato una volta attivatosi. Anche l’emergere ed il diffondersi della pandemia, con il suo corollario di restrizioni e ulteriore atomizzazione della società, sono connessi a precedenti trasformazioni che hanno interessato il sistema capitalistico globale, quali la frammentazione internazionale della produzione e la mercificazione di ormai qualsiasi infinitesimale componente dell’ambiente naturale (si pensi, ad esempio, alle conseguenze nefaste che ha avuto e sta avendo l’industrializzazione massiva e la globalizzazione del mercato del cibo e della carne animale in modo particolare).

3. Esiste un trend di crescita del numero di imprese che fanno ricorso a forme di gig economy? Dal punto di vista qualitativo, le imprese che adottano forme di gig economy ne fanno il loro core business, oppure le adottano come parte di un ventaglio di servizi più diversificato?

Molte imprese, ad esempio i ristoranti, per sopravvivere durante e dopo la pandemia sono sempre più costrette a ricorrere a piattaforme (basta fare caso al moltiplicarsi di zainetti colorati che vediamo sfrecciare nelle nostre città) per intercettare la domanda dei clienti nello spazio virtuale. Esacerbando un processo già in atto di concentrazione nei mercati, la crescente rilevanza delle piattaforme e la necessità di ricorrervi per un numero crescente di imprese potrebbe determinare l’espulsione dal mercato di chi non riesce a mantenere dei margini accettabili nel momento in cui si diventa, di fatto e almeno in parte, dei subfornitori delle piattaforme (questo fenomeno è ormai perfettamente chiaro se si guarda alla relazione di dipendenza che moltissime imprese ormai hanno nei confronti di Amazon e del suo marketplace) Si tratta anche in questo caso di un salto di qualità rispetto a una dinamica che Joseph Schumpeter aveva ben chiara già all’inizio del secolo scorso. Le innovazioni radicali o distruttive, quali sono le componenti di intelligenza artificiale su cui poggiano le piattaforme di cui stiamo discutendo, si traducono, nel breve-medio periodo, in situazioni oligo o monopolistiche con i leader tecnologici (le piattaforme nel nostro caso) a trarre i maggiori benefici. Alcune piattaforme, Amazon e Google sono esempi calzanti da questo punto di vista, la relazione tra questo genere di innovazioni tecnologiche e la concentrazione di mercato all’estremo. Di fatto, piattaforme come Amazon e Google sono imprese che si sostituiscono quasi integralmente al mercato. Questo è uno sviluppo inedito che potrebbe generare (e in parte già sta generando, si pensi alla massa di imposte che queste piattaforme riescono ad eludere o alla capacità che hanno di condizionare il funzionamento delle istituzioni democratiche) delle contraddizioni in seno al sistema capitalistico la cui portata non è ancora facile valutare.

Dario Guarascio è ricercatore in politica economica alla Sapienza Università di Roma dove insegna Economia dell’Innovazione e Economia Monetaria.Tra i suoi interessi di ricerca ci sono l’economia europea, l’economia dell’innovazione e quella del lavoro. L’ultimo volume pubblicato, con Andrea Ginzburg, Giuseppe Celi e Annamaria SImonazzi, è “Una Unione Divisiva” (Bologna: Il Mulino).