Logiche elettorali a confronto. Intervista a Vincenzo Emanuele

Siamo ai titoli di coda de «La casta» o è solo l’intervallo? Gli elettori che voteranno per un partito alle regionali tenderanno a votare al referendum seguendo le indicazioni (ove presenti) del partito prescelto o potrebbero votare un partito alle regionali in funzione della posizione assunta sul referendum? L’intervista a Vincenzo Emanuele, ricercatore in Scienza Politica presso la LUISS Guido Carli di Roma ed esperto di elezioni e comportamento elettorale.

1) Rappresentando un momento di verifica, il voto comporta fisiologiche fibrillazioni per il Governo, le forze che lo sostengono e la stessa opposizione. In quale scenario, a esito dell’election day, potrebbe configurarsi una crisi di Governo? La tornata elettorale è destinata a mutare i rapporti di forza interni alle coalizioni di «maggioranza» e opposizione? In che modo?

È ancora difficile fare previsioni sulle conseguenze di questo “election day”. Da una parte vi è il M5S, che ha speso gran parte delle sue energie sulla promozione del referendum “sul taglio dei parlamentari”, dall’altra la vera competizione vi sarà con le elezioni regionali. Il Cise (Centro Italiano Studi Elettorali N.d.C) sta uscendo proprio in questi giorni con degli articoli che affrontano la competizione regione per regione. Al momento il centro sinistra pare avanti, senza troppi dubbi, solamente in Campania mentre il centro destra è in netto vantaggio, oltre che in Veneto, anche in Liguria e nelle Marche. Il rapporto sarebbe quindi almeno di 3 a 1 a vantaggio del centro destra. Restano, tuttavia, altre due regioni altamente contendibili che sono la Toscana e la Puglia. Nella prima, i due candidati: Eugenio Giani per il centro sinistra e Susanna Ceccardi per il centro destra sono praticamente alla pari, mentre nella seconda, il candidato di centro destra, Raffele Fitto è in vantaggio di un punto sull’incumbent (governatore uscente e ricandidato, N.d.C) Michele Emiliano. Chiaro che se la sfida nelle regioni dovesse risolversi con un 5 a 1 a favore del centro destra, cioè se il centro sinistra mantenesse solo la Campania, e soprattutto se la Toscana passasse a un governo di centro destra, il colpo per il Governo e le Segreteria Zingaretti sarebbe molto duro. Invece, con un 3 a 3, ossia Toscana e Puglia al centro sinistra, il quadro sarebbe molto differente. Caso ancora diverso, se finisse con un 4 a 2 per il centro destra. Con questa opzione, il Governo potrebbe tenere a condizione che almeno la Toscana rimanga al centro sinistra. Inoltre, un altro aspetto da sottolineare è la competizione in Liguria. Qui il M5S e il PD hanno presentato un candidato comune, Ferruccio Sansa, il quale appare in netto svantaggio rispetto all’incumbent Giovanni Toti. Sembra quindi che l’alleanza non stia funzionando, tanto che si rileva come un terzo degli elettori che hanno votato M5S alle europee 2019 voterebbero per Toti e addirittura un quarto degli elettori PD si asterrebbe. In caso di grave sconfitta (ipotizziamo anche 25 punti di differenza), è molto probabile che vi siano ripercussioni sul Governo. La Liguria, inoltre, rappresenta un caso diverso dall’Umbria dello scorso anno (dove sempre si erano presentati insieme M5S e PD perdendo una regione mai governata dalla destra, N.d.C). Infatti, la Liguria è notoriamente una regione “swing”, dove le maggioranze di governo si alternano e dove gli elettori si dividono, quasi equamente, fra la parte a ponente, tendenzialmente più a destra e quella a levante, compresa Genova, più a sinistra. Basti pensare, ad esempio, che Toti nel 2015 aveva vinto con appena il 34% dei voti e la “coalizione di governo” che lo sta sfidando ora rischia di prendere meno voti di quanti ne avesse ottenuti 5 anni fa.

Oltre alle elezioni regionali, e amministrative, vi è il referendum, sul cui esito forse non vi saranno sorprese ma su cui solo il M5S si è realmente speso. Quello che possiamo dire è che in caso di sconfitta del Movimento pentastellato al referendum e di vittoria del centro sinistra alle regionali, il PD potrebbe chiedere maggiori dividendi nell’azione di governo nazionale. Ad ogni modo, qualcosa altro sull’esito si può dire. Man mano che avanziamo con le rilevazioni pare evidente come il fronte del No cresca. La maggior parte degli elettori della Lega e non meno del PD stanno assumendo o hanno assunto questa posizione e, inoltre, il No è già in vantaggio in Toscana. Appare quindi ipotizzabile che il centro destra possa decidere di puntare sul No, schierandosi apertamente, con l’ottica di colpire il Governo. Il M5S ha evitato finora di ripetere l’errore commesso da Renzi nel 2016 e non ha personalizzato la consultazione ma se decidesse di farlo, andrebbe sicuramente incontro a tale rischio.

Infine, un altro nodo sul referendum sarà sicuramente la partecipazione. Tolte le regioni in cui gli elettori saranno chiamati a rinnovare la Giunta e la Val d’Aosta dove si vota per il Consiglio, le altre potrebbero vedere una bassa affluenza, generandosi così una forte asimmetria. Tutto dipenderà da quanto gli elettori saranno motivati a recarsi alle urne per votare “unicamente” per il referendum.

2) La riforma costituzionale di riduzione del numero dei parlamentari rappresenta il principale punto di approdo dell’annosa polemica contro i partiti e il relativo personale, patrocinata dal Movimento 5 Stelle. Rispetto all’epoca del primo V-Day (8 settembre 2007) tale costrutto ideologico permea ora l’intero sistema politico italiano. Siamo ai titoli di coda de «La casta» o è solo l’intervallo? Attorno a quali parole d’ordine possono perpetuarsi questo genere di mobilitazioni? Il presidenzialismo?

Il discorso sulla “casta” si è sicuramente ridimensionato in questi ultimi anni. Basti notare che sono pochi quelli che lo hanno utilizzato per sostenere il fronte del Si al referendum, su cui invece, la querelle si basa su argomentazioni tecniche in materia di risparmio per la spesa pubblica. Inoltre, lo stesso M5S, che della contrapposizione alla “casta” aveva fatto la sua cifra distintiva, non può più dirsene estraneo con la stessa facilità del 2013. Difficile poi che anche in caso di vittoria del Si, seguiranno riforme strutturali. Forse il centro destra potrebbe recuperare e rinvigorire il discorso sul presidenzialismo. Anche a livello di sistemi elettorali, la diminuzione dei Parlamentari da eleggere non implica necessariamente un cambio verso un proporzionale puro. Niente vieta che anche con un maggioritario il sistema possa funzionare. Il PD, ad esempio, lega il taglio dei Parlamentari con un sistema proporzionale per un discorso politico sulla rappresentatività ma non vi sono dettati costituzionali che imporrebbero tale scelta. Semmai si dovrebbe ragionare sulla grandezza dei collegi e sul rapporto fra rappresentanti e rappresentati, che specialmente nel caso del Senato, diverrebbe particolarmente ampio. Forse, fra le varie riforme che potrebbero con maggiore facilità essere introdotte, vi potrebbe essere quella del diritto di voto per il Senato ai diciottenni, battaglia perorata già dal M5S.

3) Ampie fasce dell’elettorato meridionale italiano – come è noto – sono inquadrate in fitte reti clientelari, nelle quali il voto di scambio è prassi. Verranno appositamente mobilitate in occasione del referendum? Se sì, secondo quale logica? Gli elettori che voteranno per un partito alle regionali tenderanno a votare al referendum seguendo le indicazioni (ove presenti) del partito prescelto o potrebbero votare un partito alle regionali in funzione della posizione assunta sul referendum?

La partecipazione elettorale e la mobilitazione per il referendum sono ancora incerte, inoltre, le reti clientelari sono mobilitate su incentivi materiali e il referendum è per definizione un voto d’opinione. Quindi non si potrebbe in questo caso prospettare l’incentivo. Roberto Cartocci (professore di Scienza Politica e accademico esperto in comportamento elettorale N.d.C) già molti anni fa studiava come l’Italia presentasse una geografia elettorale molto differenziata a seconda del tipo di votazione, in particolare se si fosse chiamati a votare per delle elezioni politiche o per i referendum. Le reti clientelari al Sud venivano mobilitate appunto per le elezioni e non per i referendum. Così è plausibile aspettarsi che al Sud, al referendum parteciperanno maggiormente gli elettori residenti in Puglia e Campania, che saranno mobilitati alle urne per votare, in primis, alle regionali.

Per quanto riguarda la scelta degli elettori di votare un partito a seconda delle posizioni assunte sul referendum, appare poco probabile. Semmai potrà succedere il contrario ma come già rilevato, i partiti non hanno dato indicazioni chiare agli elettori. Prendiamo il centro destra: nonostante quanto fatto in Parlamento, dove la Lega aveva votato a favore, solo Fratelli d’Italia ha preso una posizione più netta a favore “del taglio” anche se non ha mobilitato i propri elettori per fare campagna. Inoltre, niente vieta che in queste settimane rimanenti, sia Salvini sia Meloni decidano di prendere posizione per il No.

4) Le elezioni europee dello scorso anno hanno restituito un’interessante fotografia politica dell’Italia. Con alchimie diverse, infatti, il baricentro politico di Lega e Partito Democratico risiede in centro, nord-ovest e nord-est mentre quello di M5S e Forza Italia nel sud e nelle isole. Contestualmente si nota che a un nord a piena trazione leghista corrisponde una quadripartizione dello scenario politico nel sud e nelle isole. In altre parole, il dato elettorale sembra riflettere una sempre più profonda divaricazione tra settentrione e meridione, cui corrispondono sistemi e logiche politiche diverse. La crisi sanitaria e quella economica quali effetti possono produrre in questo scenario?

La geografia elettorale, cristallizzata per moltissimi anni, è entrata in movimento dal 2013, con l’avvento del terzo polo competitivo che è stato il M5S. Il M5S si è presentato come trasversale agli schieramenti politici raggiungendo ragguardevoli risultati sia in alcune regioni del Nord (come Veneto e Liguria) sia al Sud. Successivamente, ha assunto una connotazione diversa, strutturandosi maggiormente come forza “assistenzialista” e radicandosi al Sud.
La Lega, che con Salvini aveva iniziato un processo di espansione anche nelle regioni meridionali, rimane a trazione nordista, mentre il PD ha perso terreno al meridione, concentrandosi invece al nord, dove ha potuto trovare come elettori un ceto medio intellettuale e istruito. Destino diverso per Forza Italia che ha visto erodersi i propri consensi e si è trovata dunque legata al “notabilato” meridionale e al voto personale verso il suo leader Berlusconi.

Particolare e ancora da scoprire l’elettorato di Fratelli d’Italia, la cui geografia elettorale si è dimostrata mutevole. Al momento, Fratelli d’Italia pare avere un elettorato centro-meridionale ma non se ne ha certezza. Alle elezioni europee dello scorso anno, aveva ottenuto un 6% ed era equidistribuito, però, appunto, si attestava su percentuali ben diverse rispetto a quelle a cui viene dato oggi. Si può ipotizzare, inoltre, che al Sud stia recuperando voti provenienti da ex elettori leghisti e non meno del M5S, che, ricordiamoci, nel 2013 era quasi diviso a metà fra elettori di destra e sinistra. È plausibile anche un voto di ritorno da parte di elettori che già votavano Alleanza Nazionale.

Venendo nel merito degli effetti della crisi sanitaria e di quella economica, non se ne rilevano sulla geografia elettorale, tanto che i partiti non hanno modificato radicalmente le proprie politiche distintive. La geografia elettorale, che vede Lega e PD dal Nord al centro-nord e Fratelli d’Italia e M5S al centro e Sud, è rimasta invariata. D’altro canto, le crisi sanitaria ed economica hanno inciso e incidono nei rapporti di forza interni alle coalizioni e schieramenti politici. A questo si aggiunge che la caduta del PIL potrebbe portare oltre che a ulteriori mutamenti interni, anche alla crescita di nuovi soggetti politici.

Vincenzo Emanuele è ricercatore in Scienza Politica presso la LUISS Guido Carli di Roma. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Scienza della Politica presso la Scuola Normale Superiore (ex SUM) di Firenze con una tesi sul processo di nazionalizzazione del voto in Europa occidentale e le sue possibili determinanti. È membro del CISE, di ITANES (Italian National Election Studies) e co-coordinatore del Research Network in Political Parties, Party Systems and Elections del CES (Council of European Studies). I suoi interessi di ricerca si concentrano sulle elezioni e i sistemi di partito in prospettiva comparata, con particolare riferimento ai processi di nazionalizzazione e istituzionalizzazione.